La campagna SIAE #CopyOrRight
La SIAE ha lanciato la campagna #CopyOrRight per influenzare il percorso del DDL sulle AI in corso di approvazione. Ma non mi sembra argomentare bene.
La SIAE ha lanciato una campagna intitolata #CopyOrRight, con l’intento di difendere il diritto d’autore nell’era delle intelligenze artificiali generative. Lo scopo è “sensibilizzare i decisori politici impegnati nel DDL sull’Intelligenza Artificiale“.
Il tema esiste ed è serio e attuale, merita però un’analisi lucida e documentata. Molti degli spunti sollevati dalla campagna si scontrano con semplificazioni, omissioni e persino contraddizioni interne.
Vorrei provare ad analizzare i punti chiave in modo chiaro e didattico.
Intanto il link alla pagina della campagna sul sito SIAE è questo.
Il titolo completo della campagna è “#CopyOrRight: se bastano un prompt e un click, cosa resta dell’autore?” Sembra suggerire che l’arrivo delle AI annulli il ruolo dell’autore, ma è davvero così?
Una AI non crea contenuti dal nulla. Funziona sempre su input: qualcuno scrive un prompt, ovvero una richiesta precisa, e sulla base di quella l’AI genera un output. Se il risultato è valido o persino eccellente, non è merito “solo” dell’AI, ma della qualità dell’input. In questo senso, l’autore dell’input ha un ruolo centrale.
L’argomento è complesso e certamente non si può trattare in una frase o in un paragrafo, per chi lo volesse approfondire ho scritto un saggio proprio sull’argomento CREATIVITÀ IBRIDA Autore e opera nell’era delle macchine intelligenti.
2. Le AI non copiano, apprendono
Un’altra idea fatta passare nella campagna è che le AI “copiano”. Questo merita un chiarimento. Le AI generative, come i modelli linguistici o le reti neurali per immagini, non copiano blocchi di contenuti esistenti, ma apprendono in modo statistico da grandi quantità di dati.
È lo stesso principio per cui una persona che legge libri, guarda film o ascolta musica non copia quei contenuti, ma ne è influenzata. Anche l’AI apprende in modo analogo, pur con differenze tecniche.
3. Un messaggio troppo semplificato
Ma la tesi forte della campagna è che “Le IA generative si addestrano su opere protette senza chiedere il permesso“. La frase appare più volte nella pagina ufficiale e non lascia spazio a dubbi o distinguo, attingere ad opere protette senza chiedere il permesso sembra sia l’unico modo usato per addestrare le AI generative. Eppure sappiamo bene che molte si addestrano anche su contenuti in pubblico dominio, con licenze aperte (come le Creative Commons), o addirittura grazie ad accordi con chi detiene i diritti.
Ridurre tutto a le AI rubano può servire per attirare l’attenzione, ma non rende giustizia alla complessità del fenomeno. E rischia di creare disinformazione.
Tempo fa ho fatto un lavoro di ricerca proprio sulle origini dei dataset delle AI generative di immagini, il risultato è contenuto in questi due articoli:
• Quando siamo noi ad autorizzare senza rendercene conto l’uso delle nostre opere: primo articolo.
• Un viaggio nel mondo dei dataset usati per addestrare le AI generative di immagini: secondo articolo.
4. La campagna… che usa le AI
E qui arriva il primo cortocircuito. Per partecipare alla campagna, la SIAE invita gli utenti a caricare una propria foto e a generare un’immagine tramite ChatGPT, usando un prompt preconfezionato. Il risultato? Una sorta di illustrazione in stile animazione giapponese, con tanto di etichetta rossa con scritto “CopyOrRight”.
Peccato che ChatGPT sia un servizio offerto da OpenAI e leggendo i Termini di Servizio, si devono accettare per poterlo utilizzare, si lgge che l’utente concede a OpenAI il diritto di utilizzare i suoi contenuti sia caricati che generati (foto, prompt, output) per sviluppare e migliorare i loro sistemi. In pratica, chi partecipa alla campagna finisce per contribuire proprio a quel tipo di addestramento che la campagna stessa vuole denunciare e lo fa fornendo il proprio ritratto “in primo piano“.
Il link alla pagina dei TOS di OpenAI è questo, il paragrafo da controllare è Our use of content.
E non è tutto: nella pagina della campagna in basso a destra è presente anche l’icona di un assistente virtuale, Eva, descritto chiaramente come “basato su un sistema di AI“. In questo caso non è importante che sia stato addestrato “su opere protette senza chiedere il permesso“, come dicono loro?
5. Informazioni mancanti
Un altro punto delicato è l’assenza di trasparenza su un’opzione fondamentale. OpenAI permette agli utenti di chiedere che i propri contenuti non vengano utilizzati per l’addestramento dei modelli futuri, nella pagina dei loro TOS va cercato il paragrafo Opt out.
Questa opzione non viene minimamente menzionata da SIAE, per cui chi aderisce alla campagna non viene a sapere d’avere questa possibilità. E questo, per una campagna che vuole informare, è un limite serio.
Conclusione
#CopyOrRight tocca un tema importante, su cui vale la pena discutere. Ma lo fa con messaggi semplificati e contraddittori e una comunicazione poco chiara. Il risultato è una campagna che rischia di ottenere l’effetto opposto: alimentare confusione, invece che chiarire.
Parlare di AI e creatività richiede equilibrio, conoscenza e precisione. Soprattutto quando si decide di salire in cattedra.
