Vibe coding: la parola importante non è “coding”
Nel vibe coding la parola che conta è “vibe”: un metodo di delega all’AI che si applica alla scrittura, al design, al coding. Analisi e implicazioni.
Sto scrivendo un manuale sul vibe coding con Claude, rivolto a professionisti che non sono sviluppatori e vogliono iniziare a creare applicazioni con l’aiuto dell’AI. Lavorare sui manuali mi aiuta a focalizzare e strutturare la mia conoscenza di quel certo argomento. Ragionando sul “vibe coding” mi sono trovato a farmi una domanda, apparentemente banale, ma che poi mi ha portato a fare una serie di ragionamenti.
La domanda, nel termine “vibe coding”, quale delle due parole conta di più?
Come nasce il ragionamento
Il termine lo ha inventato Andrej Karpathy, cofondatore di OpenAI, con un post su X nel febbraio 2025, arrivato oggi a quasi 7 milioni di visualizzazioni. La definizione originale è volutamente provocatoria, affidarsi completamente all’AI, accettare il codice generato senza leggerlo, lasciar crescere il progetto oltre la propria comprensione. “Dimenticati che il codice esiste”, scrive Karpathy.
Il concetto ha avuto un successo esplosivo, tanto che Collins Dictionary lo ha nominato parola dell’anno 2025. Il mondo ha capito che la soglia per creare software si è abbassata in modo radicale.
Lavorando al manuale mi sono reso conto che il mio modo di lavorare con Claude nella scrittura somiglia molto a come descrivo il vibe coding nel manuale per scrivere codice. Funziona così, do istruzioni a Claude, Claude produce il testo che rileggo e correggo. Se chiedo modifiche Claude riscrive, io correggo oppure approvo o chiedo altre modifiche, iterando questi passaggi fino a che il risultato è soddisfacente.
Il processo è identico, con le istruzioni al posto del prompt di programmazione, la revisione del testo al posto del test del codice, il file markdown al posto del file di output. Tutto il resto, la struttura della collaborazione, il ciclo di produzione, il tipo di delega, rimane uguale.
A questo punto forse la domanda trova una risposta, se il processo è lo stesso allora “coding” è solo uno dei possibili complementi della parola che conta davvero, la parola importante è “vibe”.
Cosa significa “vibe” quando lo si separa dal coding
La definizione originale di Karpathy descrive un estremo, quello in cui l’utente si affida completamente all’AI senza verificare nulla. Ma in poco tempo il concetto si è rapidamente allargato e oggi il termine “vibe coding” copre un intero spettro di approcci, dalla cieca fiducia alla supervisione attenta. Il nucleo del concetto non è l’assenza di controllo ma la delega della produzione all’AI.
Nel manuale che sto scrivendo descrivo questo spettro su tre livelli. Al primo livello l’AI genera il codice e l’utente lo rivede più o meno completamente e lo comprende. Al secondo livello l’AI produce soluzioni complete che l’utente valuta nel funzionamento senza leggere ogni riga. Al terzo livello, quello della definizione originale di Karpathy, l’utente descrive ciò che vuole e valuta il risultato senza entrare nel merito tecnico.
Ma questi tre livelli non sono specifici del codice, si applicano a qualsiasi dominio in cui deleghiamo ad un’AI la produzione di qualcosa al posto nostro.
Prendiamo la scrittura. Al terzo livello c’è chi incolla un prompt generico in ChatGPT e pubblica il risultato senza rileggere. Lo fanno in molti, basta scorrere LinkedIn per rendersene conto. Al secondo livello c’è chi dà istruzioni più precise, rilegge rapidamente e aggiusta qualcosa prima di pubblicare. Al primo livello c’è chi configura l’AI con istruzioni di stile dettagliate, fornisce specifiche precise sul contenuto e rivede ogni passaggio con attenzione editoriale.
Lo stesso schema si applica al design, all’analisi dati, alla produzione di presentazioni, alla ricerca. In ogni caso il meccanismo è lo stesso, un essere umano delega a un’AI un compito produttivo, con gradi variabili di specifica iniziale e di controllo successivo. Il dominio cambia. Il metodo no.
Se il metodo è uno, allora “vibe” è il metodo e “coding”, “writing”, “designing” sono i domini a cui si applica.
Non è solo una mia lettura. Nella stessa documentazione di Google Cloud sul vibe coding compare anche il termine vibe deploying per descrivere il deployment di un’applicazione con un solo clic o prompt. Su DEV Community si parla già di vibe design, vibe ops, vibe anything. Il pattern di estensione del “vibe” oltre il coding sta emergendo in modo indipendente in più contesti con la stessa logica, la delega all’AI di un compito produttivo che prima richiedeva competenze specifiche.
Perché questa distinzione conta
Non è un esercizio lessicale e riguarda chiunque lavori con una AI. Se il vibe coding fosse un fenomeno esclusivo della programmazione, sarebbe territorio completamente nuovo per qualunque professionista che non fosse uno sviluppatore. Ma se “vibe” è un metodo generale, allora quel professionista lo sta già usando, magari senza chiamarlo così. Magari usa l’AI per scrivere email, per preparare presentazioni, per analizzare dati, per generare report, in ciascuno di questi casi opera da qualche parte lungo lo spettro dei tre livelli.
Il passaggio al vibe coding potrebbe essere visto come un’estensione di un metodo già familiare a un dominio nuovo. Non sarebbe quindi l’ingresso in un territorio totalmente sconosciuto, ma l’applicazione di qualcosa di già noto solo in un nuovo ambito. Questa consapevolezza cambia l’approccio all’apprendimento, non si parte da zero, si parte da un’esperienza trasferibile.
C’è però una differenza critica che va riconosciuta, e riguarda la capacità di verifica. Questa capacità non dipende dal dominio in sé ma dalla competenza di chi verifica in quel dominio.
Quando si usa l’AI per produrre qualcosa nel proprio campo professionale, si è in grado di valutare la qualità del risultato anche negli aspetti tecnici. Uno scrittore professionista riconosce le imprecisioni, le forzature argomentative, i toni sbagliati in un testo generato dall’AI. Uno sviluppatore individua un codice mal strutturato o vulnerabile. Un grafico vede i problemi di composizione in un’immagine generata. Un musicista sente le forzature in un brano prodotto dall’AI. In ciascun caso il professionista padroneggia l’argomento e può operare a qualsiasi livello dello spettro con consapevolezza.
Il problema emerge quando si usa il metodo vibe in un dominio che non si padroneggia. Un non-scrittore che pubblica testi generati dall’AI senza revisione competente corre gli stessi rischi di un non-programmatore che accetta codice senza comprenderlo. Un non-musicista che produce musica con l’AI non riconosce i problemi di struttura armonica. Un non-grafico non vede gli errori di composizione.
La variabile critica non è il dominio, è la competenza di chi verifica. Nel proprio campo professionale si ha la capacità di controllare il risultato. Quando si entra in un dominio in cui questa competenza manca, il livello di attenzione deve salire, indipendentemente dal fatto che si tratti di codice, testo, musica o design.
Non solo per principianti
C’è un’altra osservazione che mi sembra importante. Il vibe coding non è un approccio riservato a chi non sa programmare. Ci sono sviluppatori esperti che lo hanno adottato con entusiasmo, e questo è un segnale significativo. Non è un fenomeno di nicchia, è una trasformazione diffusa nella comunità degli sviluppatori a livello globale. Molto interessante a riguardo questa intervista di Raffaele Gaito a Piero Savastano.
Questo smonta l’idea che il vibe coding sia un ripiego per chi non sa programmare. Al contrario, ridefinisce il mestiere di chi programma da sempre. La competenza non diventa superflua, cambia forma, dal saper scrivere codice al saper dirigere un’AI che lo scrive, dal conoscere la sintassi al saper specificare un risultato, dal debugging manuale alla capacità di riconoscere quando l’AI sta producendo qualcosa di sbagliato.
Lo stesso vale per la scrittura, per il design, per qualsiasi dominio in cui il metodo vibe si applica. L’esperto non viene sostituito, viene potenziato. Ma l’esperto che rifiuta il metodo perde un moltiplicatore di produttività che i suoi concorrenti stanno già usando.
Il metodo è uno, i pattern di interazione sono diversi
Se il metodo vibe è trasversale ai domini, il modo in cui si interagisce con l’AI varia. E questa è una distinzione che vale la pena fare perché evita confusioni.
Quando scrivo con Claude lavoro in modalità conversazionale. Uno scambio continuo di botta e risposta, io specifico, Claude produce, io rivedo, Claude corregge. È un lavoro a quattro mani in tempo reale.
Quando invece si delega un compito a un agente AI autonomo il pattern è diverso. Si assegna il lavoro, si lascia che l’agente pianifichi e esegua in autonomia, si torna per verificare il risultato. Come quando si delega a collaboratore che lavora da solo.
Karpathy, nel febbraio 2026, ha proposto il termine agentic engineering per descrivere questo secondo pattern. Ma sarebbe un errore pensare che “agentic engineering” sia il nome corretto per l’intero fenomeno. Descrive uno specifico modo di interagire con l’AI, quello basato sull’autonomia dell’agente. Il metodo vibe è più ampio perché include sia il pattern conversazionale sia quello agentico, in qualsiasi dominio.
Il quadro che emerge
Se provo a mettere insieme i pezzi, vedo che l’AI generativa ha superato una soglia di qualità che rende praticabile un nuovo metodo di lavoro. Questo metodo consiste nel delegare la produzione alla macchina mantenendo gradi variabili di controllo. Il metodo si applica a qualsiasi dominio produttivo, dal codice al testo, dal design all’analisi e così via.
Il termine “vibe coding” è diventato virale, ma il vibe non è del coding. Il vibe è il metodo. Il coding, il writing, il designing sono le sue applicazioni. Detto in modo ancora più diretto, il metodo vibe è semplicemente il modo normale di lavorare con un’AI generativa. Non è una tecnica speciale, non è un approccio alternativo. È ciò che si fa quando si usa l’AI per produrre qualcosa, a qualsiasi livello dello spettro.
Ma allora perché il tweet di Karpathy è stato un masso nello stagno?
Se il metodo vibe è il modo ordinario di lavorare con un’AI, applicarlo al codice dovrebbe essere percepito come qualcosa di naturale. Eppure il tweet di Karpathy nel febbraio 2025 ha provocato una reazione esplosiva, tra entusiasmo e resistenza, che nessun “vibe writing” o “vibe designing” ha mai generato. Perché?
Credo che le ragioni siano almeno tre e si sovrappongano.
La prima è che il coding era l’ultima barriera binaria. In tutti gli altri domini la delega all’AI è stata percepita come un’evoluzione graduale. Chiunque può scrivere un’email approssimativa, fare uno schizzo, mettere numeri in un foglio di calcolo. Il risultato sarà mediocre ma è fattibile, la barriera è graduale. Il codice no, il codice o funziona o non funziona. Non esiste una “bozza approssimativa” di codice nello stesso senso in cui esiste una bozza di testo. La barriera era binaria, sai programmare oppure no. Quando Karpathy dice “dimenticati che il codice esiste” sta dichiarando che anche quest’ultima barriera è caduta. Quando cade una barriera graduale l’effetto è un’accelerazione. Quando cade una barriera binaria l’effetto è uno shock.
La seconda ragione è il fattore autorità. Quando un non-sviluppatore dice “non ho bisogno di capire il codice” viene ignorato. Quando lo dice uno dei più importanti ricercatori di AI al mondo, cofondatore di OpenAI, ex direttore AI di Tesla, il peso è completamente diverso. Un esperto del dominio che dichiara opzionale la competenza tecnica nel suo stesso dominio è un evento destabilizzante.
La terza ragione è una lettura quasi mitologica e come tale la propongo. Il software è stato creato dagli sviluppatori, le AI che scrivono codice sono state create dagli sviluppatori, ora quelle stesse AI rendono opzionale la competenza di chi le ha create. La creatura che supera il creatore nel suo stesso campo. Non è la stessa cosa di un’AI che scrive testi meglio di un giornalista, perché il giornalista non ha costruito l’AI. Lo sviluppatore sì. Questo spiega perché la reazione emotiva al vibe coding è stata così intensa e polarizzata, non era solo una questione tecnica ma una questione di identità professionale.
Per chi lavora con l’AI oggi la conseguenza pratica è diretta. Il metodo vibe è lavorare con un’AI sufficientemente evoluta da diventare partner, delegandole una parte del lavoro. Si può applicare in qualsiasi dominio, indipendentemente dal proprio livello di competenza in quel dominio. Ciò che cambia non è il metodo ma il livello di interazione. Un esperto del dominio può permettersi di operare a qualsiasi livello dello spettro con consapevolezza, un principiante opererà naturalmente ai livelli di maggiore delega. In entrambi i casi il metodo è lo stesso.
Non serve pensare al vibe coding come a qualcosa di esotico o riservato ai tecnici. È un’estensione di ciò che probabilmente si sta già facendo nel proprio campo. E la competenza nel dominio, quando c’è, non viene resa superflua dal metodo ma ne determina la qualità e la sicurezza di applicazione.
