Fumetti e intelligenza artificiale: autori o macchine?

Fumetti e intelligenza artificiale dal 2022 a oggi: i primi autori, le accuse del fronte contrario e perché un uso creativo è già possibile.

Il rapporto tra fumetti e intelligenza artificiale è uno dei più accesi nel mondo creativo. Questo articolo ne ricostruisce la storia dal 2022 a oggi, dai primi esperimenti fino alle proteste organizzate di chi vi si oppone, con una particolare attenzione a quello che è successo in Italia. Dopo aver esposto con onestà le accuse del fronte critico, sia quelle sul valore artistico delle opere sia quelle sull’uso dei dati, prova a mostrare perché un uso autoriale di questi strumenti non solo è possibile, ma è già reale.

Il rapporto tra fumetti e intelligenza artificiale è uno dei più conflittuali nel mondo creativo di oggi. Lo si capisce già dal nome, le nuove generazioni dicono comic, mentre la tradizione italiana ha sempre detto fumetti. In questo articolo le due parole indicano la stessa cosa, perché si parla di un’unica arte.

Le ragioni di questo scontro sono due, e sono legate fra loro. Nel fumetto lo stile non è un dettaglio. È la firma di un autore, ciò che lo rende riconoscibile, ed è allo stesso tempo il suo strumento di lavoro, quello con cui si guadagna da vivere. I programmi di intelligenza artificiale che creano immagini, invece, imparano guardando grandi quantità di opere già esistenti. Per molti disegnatori questo significa una doppia minaccia, al proprio stile e al proprio lavoro, e in pochi altri campi questa paura si sente così forte.

Eppure, fin da quando questi strumenti sono diventati disponibili a tutti, alcuni autori hanno scelto di usarli per creare. Non per smettere di disegnare, ma per disegnare in un modo nuovo. Le loro opere hanno acceso polemiche forti, ma hanno anche posto una domanda seria, e cioè cosa voglia dire essere autori quando una parte del lavoro passa attraverso una macchina.

Questo articolo ricostruisce cosa è successo dal 2022 a oggi, dai primi esperimenti alle reazioni di chi è contrario. E prova poi a spiegare perché usare questi strumenti in modo creativo e personale non solo è possibile, ma sta già accadendo.

Il 2022, gli inizi quasi in contemporanea

I primi esperimenti non nascono in un solo luogo, ma in più posti quasi nello stesso momento, appena gli strumenti per generare immagini diventano accessibili al pubblico. Il caso più famoso arriva dagli Stati Uniti e porta la firma di Kris Kashtanova, artista che nel 2022 realizza il fumetto «Zarya of the Dawn» usando Midjourney, uno dei primi programmi capaci di creare immagini a partire da una descrizione scritta.

La vicenda diventa nota soprattutto per quello che succede dopo. Kashtanova registra l’opera presso il Copyright Office statunitense, che in un primo momento concede la tutela. Quando però l’ufficio scopre che le immagini sono state generate con l’intelligenza artificiale, torna sui propri passi. Nella decisione del febbraio 2023 il C.O. mantiene il copyright sul testo e sul modo in cui le tavole sono state scelte e disposte, ma lo nega per le singole immagini. La motivazione è che l’autrice non avrebbe mantenuto un sufficiente controllo creativo sul risultato, perché secondo l’ufficio scrivere il prompt e selezionare le immagini non basta a rendere l’utente l’autore di ciò che la macchina produce.

Il C.O. non esclude però l’uso degli strumenti di AI in sé. Nelle linee guida pubblicate in seguito chiarisce che un’opera realizzata con l’intelligenza artificiale può ricevere tutela, a patto che l’autore umano mantenga un controllo creativo sufficiente sul processo. È una distinzione che conta molto, quella tra le opere fatte con l’AI e quelle fatte dall‘AI, e su questa distinzione si tornerà più avanti. Il caso di Kashtanova resta comunque il primo a porre in modo pubblico la domanda su chi sia, davvero, l’autore di un’opera realizzata con questi strumenti.

Nello stesso periodo anche in Italia ci sono autori che sperimentano. Lo scrittore Vanni Santoni pubblica nell’estate del 2022 alcune storie a fumetti disegnate con Midjourney, tra cui «Il destino dell’errante», uscita sulla rivista online L’Indiscreto. Già allora Santoni descrive con precisione il punto che tornerà al centro di tutto il dibattito, e cioè che con questi strumenti bisogna imparare a «guidare» la macchina e a farle «tenere» una certa coerenza, indispensabile quando si racconta una storia per immagini in sequenza.

L’intelligenza artificiale arriva nel 2022 anche nell’editoria a fumetti più tradizionale. Sergio Bonelli Editore, una delle case editrici storiche del fumetto italiano, manda in edicola a novembre una copertina speciale per il numero 379 di «Nathan Never», realizzata dal disegnatore Sergio Giardo con Midjourney. L’editore la presenta apertamente come «il primo albo la cui copertina è stata realizzata utilizzando un programma di Intelligenza Artificiale», accompagnandola con un’intervista in cui Giardo spiega come ci è arrivato.

Insomma si può dire che fin da subito una parte di autori di comics si è lanciata nella sperimentazione dei nuovi strumenti.

Il 2023, le opere lunghe e la protesta che si organizza

Il 2023 segna un passaggio importante, perché gli esperimenti dei primi tempi erano storie brevi, mentre ora arrivano opere intere, lunghe come un libro. In Italia il disegnatore Daniele Marotta, che dirige la Scuola di fumetto e scrittura di Siena, pubblica «L’ombra», una graphic novel che adatta una fiaba di Hans Christian Andersen. Marotta non si limita a usare Midjourney, ma lavora a lungo sulle immagini con collage e ritocchi manuali, dando all’opera l’aspetto della pittura romantica dell’Ottocento.

Pochi mesi dopo, verso la fine del 2023, esce «Sunyata» dell’artista e filosofo Francesco D’Isa, pubblicato da Eris Edizioni. È un racconto onirico di oltre cento pagine, realizzato con Midjourney e altri strumenti simili, e il titolo riprende una parola sanscrita che indica il vuoto. D’Isa dirige proprio L’Indiscreto, la rivista online che aveva ospitato i fumetti di Santoni, e crea l’opera in un periodo segnato da una malattia in famiglia, usando il modo imprevedibile in cui l’AI risponde alle richieste come uno stimolo per l’immaginazione.

All’inizio del 2023 nasce EGAIR, una sigla che sta per European Guild for Artificial Intelligence Regulation, un’iniziativa promossa da autori di fumetti europei, partita dall’Italia e guidata dal disegnatore Lorenzo Ceccotti, conosciuto come LRNZ. Il punto di EGAIR non è rifiutare la tecnologia, ma chiedere regole chiare, e la richiesta principale è che le opere di un autore possano essere usate per addestrare un’intelligenza artificiale solo con il suo permesso esplicito.

Le accuse di chi è contrario

Le critiche verso chi usa l’intelligenza artificiale nel fumetto si possono dividere in due gruppi molto diversi tra loro. Il primo riguarda il valore artistico di queste opere, il secondo, più serio, riguarda il modo in cui questi strumenti vengono costruiti.

Le accuse sul piano creativo

Le obiezioni sul piano creativo sono diverse, ma si possono ricondurre a quattro accuse ricorrenti.

  • Non sanno disegnare. L’intelligenza artificiale permetterebbe di saltare anni di studio, di anatomia, di prospettiva e di tecnica, arrivando al risultato senza aver mai imparato il mestiere.
  • Manca uno stile personale. Lo stile non sarebbe dell’autore ma della macchina, che lo costruisce pescando da migliaia di opere già esistenti.
  • Si delega tutto al programma. Lavorando con un’AI si delegherebbe alla macchina ogni scelta creativa, mentre all’autore resterebbe solo il compito di scrivere una richiesta.
  • Non regge la narrazione. Le immagini non riuscirebbero a tenere insieme una storia lunga, perché i personaggi cambiano aspetto da una tavola all’altra e manca la coerenza necessaria a raccontare.

Sono accuse serie che meritano una risposta, e la parte finale di questo articolo prova a darla guardando proprio le opere di cui si è parlato.

L’accusa delle immagini rubate

C’è poi una critica di natura del tutto diversa, che non riguarda la bravura dell’autore ma il modo in cui l’AI impara a generare immagini. L’accusa, ripetuta molto spesso, è che queste opere siano fatte con «immagini rubate». Qui occorre fermarsi, perché il tema è reale e va guardato con onestà, senza tifoserie.

È vero che ci sono stati casi di opere raccolte senza il consenso degli autori per addestrare questi programmi, e su questo i tribunali, soprattutto negli Stati Uniti, stanno ancora decidendo. Nella causa Bartz contro Anthropic, per esempio, un giudice ha distinto tra l’addestramento su materiale acquistato in modo legale, che ha giudicato lecito, e l’uso di materiale piratato, che resta illegale (in quel caso si trattava di opere scaricate da siti pirata). È però una decisione di primo grado, e altri giudici hanno espresso posizioni diverse, quindi la questione è tutt’altro che chiusa.

Allo stesso tempo, non è vero che tutte le AI vengano addestrate su materiale “rubato”. Molti dataset, cioè le grandi raccolte di immagini usate per l’addestramento, sono costruiti con opere a licenza libera o di dominio pubblico. In altri casi sono gli stessi autori a permettere il riuso delle proprie opere, spesso senza accorgersene, quando accettano le condizioni d’uso delle piattaforme su cui le pubblicano. Esistono perfino strumenti pensati apposta per evitare il problema. Adobe, per esempio, dichiara di addestrare il suo modello Firefly soltanto su materiale di cui detiene i diritti.

Stiamo addestrando il nostro primo modello Firefly su contenuti concessi in licenza, come quelli di Adobe Stock, e contenuti di dominio pubblico il cui copyright è scaduto.

L’accusa delle immagini rubate, quindi, coglie un problema reale in alcuni casi, ma non può diventare una regola valida per ogni uso dell’AI. Usare questi strumenti non significa automaticamente usare opere rubate, la questione resta aperta, ed è su questo terreno, più che su quello della creatività, che si gioca la partita più importante.

Cosa raccontano davvero quelle opere

Le accuse appena viste hanno un punto debole in comune, danno per scontato che usare l’AI significhi premere un bottone e lasciare che la macchina faccia tutto. Le opere reali raccontano un’altra storia. Marotta, per «L’ombra», non si è limitato a scrivere richieste, ma ha usato anche tecniche classiche fino a ottenere l’aspetto pittorico che aveva in mente. D’Isa, autore di «Sunyata», in un’intervista descrive con chiarezza il proprio rapporto con questi strumenti.

Ovviamente non li considero né “magici” né autonomi. […] È un lavoro in cui la tecnologia non fa “tutto” da sola: la mia poetica e le mie competenze visive restano centrali.

Il lavoro, in altre parole, somiglia più a quello di un regista che dirige una scena che a quello di chi schiaccia un tasto e aspetta.

Da qui cade anche l’idea che lo stile sia tutto merito della macchina. Chi conosce questi strumenti sa che lo stesso programma, in mani diverse, produce risultati diversi, perché conta cosa gli si chiede, come lo si corregge, cosa si tiene e cosa si scarta. Santoni, tra i primi a sperimentare in Italia, descrive proprio questo lavoro quando dice che bisogna saper «guidare» l’AI e farle «tenere» una certa coerenza. La scelta non viene affidata al programma, ma resta dell’autore, che la esercita in ogni passaggio.

Resta l’accusa più tecnica, quella sulla mancanza di coerenza tra le tavole, ed è proprio qui che le opere lunghe diventano la risposta più chiara. È vero che questi programmi, lasciati a sé stessi, faticano a mantenere uguale un personaggio o un ambiente uguale da un’immagine all’altra. Tenere insieme una storia di cento o più pagine, allora, non è un risultato automatico, ma la prova che dietro c’è qualcuno capace di governarli. Santoni stesso definisce questa coerenza «indispensabile nelle arti sequenziali», cioè in tutte quelle forme, come il fumetto, in cui le immagini si susseguono per raccontare. «Sunyata», con il suo testo scritto su misura per ogni immagine, e «L’ombra», che trasforma una fiaba in una narrazione compiuta, esistono proprio perché i loro autori sono riusciti a fare ciò che la macchina da sola non sa fare.

Si torna così, per una via inattesa, allo stesso punto sollevato da chi critica, perché anche l’articolo di Fumettologica citato prima ammette che a usare davvero bene questi strumenti saranno i professionisti, quelli che già sanno scrivere e disegnare. È esattamente questo il punto, l’AI non cancella la competenza ma la mette alla prova, perché senza una visione che guidi il processo il risultato resta povero e casuale. Conta chi decide, sceglie e dà senso, non chi traccia materialmente la linea. È un principio che vale anche oltre il fumetto, e che si ritrova in opere molto diverse, dalla pittura digitale alle grandi installazioni d’arte.

Il mio punto di vista e quello del diritto

Su questo tema ho scritto un libro, Creatività ibrida. Autore e opera nell’era delle macchine intelligenti (Ledizioni, 2024), e la tesi è proprio quella a cui siamo arrivati guardando le opere. Quando un creativo lavora con un’intelligenza artificiale insieme diventano una nuova figura, che ho chiamato autore ibrido. Non è la macchina a sostituire la persona, e non è la persona a fare tutto da sola. Sono due ruoli diversi, che non si possono scambiare ma si devono completare reciprocamente. Alla macchina spetta la parte esecutiva, all’autore spetta la cosa più importante, cioè decidere cosa fare, perché farlo e in quale direzione spingere il lavoro.

Il punto da cui parto è semplice, nessuna intelligenza artificiale produce qualcosa dal nulla, perché c’è sempre una persona che l’attiva e richiede qualcosa, che sceglie, che corregge, che scarta. Per questo l’autore resta al centro, anche quando non traccia con la propria mano ogni singola linea. È una cosa che nella storia dell’arte è già successa altre volte. Quando fu inventata la fotografia, qualcuno disse che il fotografo non poteva essere un vero autore, perché era la macchina a catturare l’immagine. Poi è arrivata la sentenza Burrow-Giles Lithographic Company v. Sarony del 1884, e oggi quell’idea ci fa sorridere, perché sappiamo bene che tra una foto qualunque e quella di un grande fotografo c’è tutta la differenza del mondo.

Lo stesso principio vale anche quando a eseguire materialmente un’opera non è una macchina, ma un’altra persona. Lo scultore Daniel Druet aveva realizzato con le proprie mani alcune celebri sculture dell’artista Maurizio Cattelan, e proprio per questo aveva chiesto a un tribunale di esserne riconosciuto coautore. Nel 2022 il tribunale di Parigi gli ha dato torto, perché a contare, secondo i giudici, non è chi realizza materialmente l’opera ma chi la concepisce e le dà un senso.

Quello che fanno autori come Marotta, D’Isa o Santoni è esattamente questo, usare uno strumento nuovo restando autori. E non si tratta solo di una questione artistica o filosofica, perché anche il legislatore italiano si è mosso nella stessa direzione, riconoscendo che le opere realizzate con l’aiuto dell’intelligenza artificiale possono essere protette, a patto che siano il frutto del lavoro intellettuale di una persona.

Una storia ancora aperta

In pochi anni il fumetto fatto con l’intelligenza artificiale è passato da curiosità isolata a realtà con cui fare i conti.

Guardando le cose con calma, però, conviene tenere separati i due piani che si sono mescolati lungo tutta la discussione. Sul piano creativo le accuse più diffuse non reggono alla prova dei fatti, perché chi usa bene questi strumenti non smette di essere un autore, continua a scegliere, a guidare, a dare una direzione, e le opere lunghe e coerenti che sono state pubblicate lo dimostrano meglio di qualsiasi ragionamento. L’idea che basti premere un bottone per diventare artisti resta quello che è sempre stata, un’illusione.

Sul piano dei dati, invece, la questione è davvero aperta, e sarebbe sbagliato far finta che sia già risolta. Come si è visto, la situazione è variegata, perché accanto a casi di opere raccolte senza permesso ci sono dataset costruiti con materiale a licenza libera o di dominio pubblico, e modelli addestrati apposta su contenuti regolari. Proprio per questo non esiste una risposta unica, e i tribunali stanno ancora decidendo caso per caso cosa è lecito e cosa no, mentre le regole si scrivono in questi mesi e le posizioni restano distanti. È qui, più che sul valore artistico delle opere, che si gioca la partita più importante per il futuro, ed è qui che vale la pena seguire gli sviluppi senza schierarsi in modo affrettato.

Resta una domanda di fondo, che in realtà non è nuova. Ogni volta che è arrivato uno strumento capace di creare immagini, dalla macchina fotografica in poi, qualcuno ha temuto che mettesse fine alla creatività umana. Finora è successo il contrario, perché quegli strumenti hanno aperto strade nuove a chi aveva qualcosa da dire. Con l’intelligenza artificiale è troppo presto per dare giudizi definitivi, ma le opere di questi primi anni raccontano già qualcosa di chiaro, la macchina non sostituisce l’autore, semmai gli chiede di capire bene cosa vuole davvero dire.

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