Chi è l’autore di un’opera generata con un’AI?

Con l’aumentare della potenza delle AI generative diventa sempre più importante capire chi è l’autore. Qui analizzo il caso di Unsupervised di Refik Anadol.

Una domanda che avrebbe potuto porsi chi ha potuto ammirare Unsupervised, l’imponente installazione di Refik Anadol al Museum of Modern Art di New York, è chi ha creato veramente quelle immagini astratte in continua evoluzione che scorrono su un imponente schermo: l’artista o l’intelligenza artificiale? La crescita impressionante della potenza delle AI generative rende sempre più importante trovare una risposta a questa domanda.

Tornando al caso specifico, la mia risposta è che quelle immagini le ha create Anadol, anche se tecnicamente non ne ha generata nemmeno una. Non è un gioco di parole, ma il punto centrale di una trasformazione nel modo in cui pensiamo all’autorialità artistica.

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Un caleidoscopio di dati museali

Per capire perché Anadol è l’autore di Unsupervised a tutti gli effetti dobbiamo partire da quello che vediamo: un flusso continuo di forme astratte generate da un’intelligenza artificiale. Ma cosa alimenta questa macchina creativa? Anadol ha selezionato 138.151 opere dalle collezioni del MoMA, creando così il dataset su cui l’AI avrebbe imparato a vedere l’arte.

Questa selezione non è un passaggio tecnico neutro. Scegliere quali opere mostrare all’intelligenza artificiale significa decidere quale memoria visiva dare alla macchina, quale estetica potrà risultare dalle sue elaborazioni. È un atto profondamente autoriale, paragonabile alla scelta di una tavolozza di colori per un pittore tradizionale.

Anadol ha poi utilizzato algoritmi specifici, in particolare StyleGAN2 ADA sviluppato da NVIDIA, per addestrare il sistema a riconoscere pattern e strutture ricorrenti in quelle opere. Il risultato di questo addestramento è uno spazio latente, un ambiente matematico multidimensionale che contiene tutte le possibili variazioni estetiche che il sistema ha appreso. Per navigare questo spazio Anadol ha sviluppato il Latent Space Browser, un software che si muove dinamicamente tra i parametri stimolando gli elementi presenti e generando le animazioni che vediamo sullo schermo.

Il regista dietro la macchina

Pensate ai caleidoscopi: quando si ruota il tubo i frammenti colorati si ricompongono in nuovi pattern, cambiando continuamente le immagini visibili attraverso l’oculare. Di chi sono quelle immagini? Certo, il costruttore non sapeva esattamente quale configurazione sarebbe apparsa, ma ha scelto quali colori e quali forme inserire nel tubo, ha determinato la meccanica della rotazione, ha progettato il sistema ottico. Ogni immagine che appare è imprevedibile nel dettaglio, ma il campo delle possibilità è stato definito completamente dal costruttore.

Questa metafora ci porta al ruolo di Anadol con Unsupervised: le immagini specifiche generate possono essere imprevedibili, ma sono il risultato diretto delle scelte artistiche e tecniche dell’artista. Anadol non ha dipinto le singole immagini, ma ha deciso ogni elemento del processo, dalla concezione iniziale (esplorare la memoria visiva collettiva del museo) alla selezione del dataset, dalla scelta degli algoritmi alla modalità di presentazione fisica dell’opera.

Un tecnico potrebbe tecnicamente eseguire lo stesso flusso di lavoro, ma mancherebbe la visione che guida e dà senso a ogni scelta. La differenza tra esecuzione e creazione sta proprio qui: nel pensiero creativo presente fin dalla concezione e in ogni fase del processo.

L’autore ibrido: una nuova figura creativa

Anadol rappresenta quello che nel mio libro definisco «autore ibrido», una figura che nasce dalla collaborazione dinamica tra elemento umano e artificiale, dove entrambi giocano ruoli complementari ma non intercambiabili. In questo paradigma la creatività umana si manifesta principalmente con la capacità di definire l’intento e di scegliere e guidare il processo.

Questa non è una novità assoluta nella storia dell’arte. Uno dei padri dell’arte concettuale, Sol LeWitt, sosteneva che «l’idea diventa una macchina che realizza l’arte». Creava istruzioni dettagliate per i suoi wall drawings, che poi venivano eseguiti da assistenti seguendo quelle direttive. Nessuno ha mai messo in dubbio che LeWitt fosse l’autore di quelle opere, anche se non le aveva fisicamente dipinte.

Un caso celebre è quello di Daniel Druet, scultore francese che ha lavorato con Maurizio Cattelan realizzando materialmente nove delle sue sculture più celebri, tra cui La Nona Ora (Papa Giovanni Paolo II colpito da un meteorite) e Him (Hitler bambino inginocchiato). Nel 2022 Druet ha citato in giudizio la Galerie Perrotin chiedendo di essere riconosciuto coautore delle opere e un risarcimento di oltre 5 milioni di euro. Il Tribunale di Parigi ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che «la realizzazione materiale dell’opera è secondaria rispetto alla sua concezione». I giudici hanno riconosciuto che le precise direttive per le sculture (posizionamento, scenografia, illuminazione, messaggio) erano state emanate unicamente da Cattelan. L’esecuzione materiale era di Druet, ma l’idea e la visione erano di Cattelan.

La stessa logica si applica a Unsupervised, ma con una complessità maggiore: mentre gli assistenti di LeWitt seguivano istruzioni esplicite e Druet eseguiva progetti definiti da Cattelan, l’AI di Anadol opera in uno spazio di possibilità definito dall’artista ma con margini di autonomia nella generazione specifica. Margini tuttavia definiti e regolamentati da Anadol.

Un caso estremo che illumina un principio

Unsupervised rappresenta un caso estremo, non la norma. Non tutti possono fare quello che ha fatto Anadol. La libertà di scelta che ha avuto è straordinaria: accesso illimitato alle collezioni del MoMA, possibilità di selezionare decine di migliaia di opere, risorse per sviluppare software proprietario, competenze tecniche di altissimo livello nel suo team.

C’è anche una dimensione economica non trascurabile. Costruire un sistema come quello di Unsupervised richiede investimenti significativi, tra cui hardware potente per l’addestramento dell’AI, sviluppo software custom, collaborazione con ingegneri specializzati e installazione fisica di uno schermo di oltre sette metri. Non è un percorso accessibile a qualsiasi artista che voglia sperimentare con l’intelligenza artificiale.

Ma proprio perché è un caso estremo, Unsupervised mette in luce un principio con particolare evidenza: l’opera d’arte risiede nell’idea, nella visione, nella capacità di orchestrare un processo creativo complesso. Anadol ha potuto spingere questo principio al limite, costruendo un ecosistema artistico di complessità senza precedenti. Ma il meccanismo concettuale che legittima la sua autorialità è lo stesso che opera, in scala diversa, per qualsiasi creatore che usa strumenti tecnologici per dare forma a una visione artistica.

La distanza tra Anadol e chi usa Midjourney inserendo casualmente un prompt generico è la stessa che corre tra Sol LeWitt e qualcuno che chiede vagamente «qualcosa di blu». Ma così come è possibile usare un pittore in modo autoriale attraverso istruzioni dettagliate, è possibile usare Midjourney in modo autoriale attraverso prompt strutturati, iterazioni controllate e selezione consapevole, anche grazie alle feature rilasciate nel tempo dal team di Midjourney proprio per favorire il controllo creativo delle opere.

Il diritto traccia confini precisi

La questione non è solo filosofica o estetica. Il diritto si sta confrontando con casi simili e sta delineando criteri chiari. Il filo conduttore che risulta dalla giurisprudenza recente è duplice: serve un controllo determinante dell’autore umano sul processo creativo e un contributo creativo umano sostanziale.

Prendiamo il caso Zarya of the Dawn negli Stati Uniti. All’artista Kris Kashtanova è stato negato il copyright sulle singole immagini generate con Midjourney perché il sistema, non l’artista, aveva determinato gli elementi espressivi delle immagini. La sentenza ha stabilito che inserire prompt testuali e selezionare tra le immagini generate non costituiva un controllo sufficiente.

Al contrario, nel caso cinese Li vs Liu il copyright è stato riconosciuto perché l’autore aveva esercitato un controllo significativo sull’output dell’AI attraverso la selezione dei prompt, dei parametri e delle iterazioni. Questa differenza è essenziale: non basta usare l’AI, bisogna dimostrare di averla guidata attraverso scelte creative documentabili.

Anche in Italia il legislatore si è mosso in questa direzione. Con il DDL 1146-B approvato a settembre 2024 è stata modificata la legge 633/1941 sul diritto d’autore per rendere esplicito che sono protette le opere create con l’ausilio di intelligenza artificiale, purché costituiscano risultato del lavoro intellettuale dell’autore.

Anadol si colloca ben oltre la soglia del controllo significativo richiesta da queste sentenze. Non ha semplicemente inserito prompt o selezionato tra output casuali, ma ha fatto una serie di scelte che esprimono la sua visione artistica. Il suo livello di controllo creativo è totale sul processo, anche se non deterministico sul singolo output visivo.

Oltre l’immagine singola: l’opera come ecosistema

C’è un aspetto ulteriore che vale la pena evidenziare. Nel caso di Unsupervised l’opera d’arte non si limita a ciò che appare sullo schermo ma comprende anche quello che viene prima, sia in ordine temporale che tecnologico, oltre a quello che c’è attorno anche in senso fisico.

Questo ci porta ad ampliare il confine di cosa consideriamo opera, perché Anadol ha creato l’intero ecosistema che accoglie l’opera fisica visibile pubblicamente.

Una risposta chiara

Refik Anadol è davvero l’autore di Unsupervised? La risposta per me è sì, senza ambiguità.

Le immagini che scorrono sullo schermo possono essere imprevedibili nel dettaglio, ma sono il risultato delle scelte artistiche e tecniche dell’artista. Come in un caleidoscopio, il costruttore non determina il singolo pattern ma definisce completamente il campo delle possibilità e, prima ancora, definisce l’idea che sta a monte del processo che porta all’opera. E questo, nella nuova era dell’autore ibrido, è pienamente sufficiente per riconoscere la paternità dell’opera.

Che Unsupervised sia un caso estremo, accessibile solo a chi ha risorse economiche e tecniche rilevanti, non diminuisce il valore del principio che dimostra. Anzi, proprio la sua natura estrema e la conseguente ricchezza di elementi tecnologici ci permette di vedere con chiarezza dove risiede veramente l’autorialità: non nell’esecuzione materiale, ma nella visione che orchestra il processo creativo dall’inizio alla fine.

Volendo trovare un precedente mi viene in mente il caso Sarony del 1884, quando la Corte Suprema americana riconobbe che l’uso della macchina fotografica non precludeva la creatività del fotografo. Ai tempi c’era chi sosteneva che il fotografo non potesse essere considerato autore perché era la macchina a catturare l’immagine. Oggi quella posizione ci appare assurda: sappiamo che tra una fotografia scattata da un maestro e una casuale c’è una differenza sostanziale, espressione dell’intenzionalità e della visione dell’autore.

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