Lavorare CON l’AI, il maiuscolo è voluto
Le AI generative che usiamo sono progettate per lavorare con noi, da sole combinano ben poco. È un ottimo punto di partenza per iniziare a capirle.
A febbraio dell’anno scorso è uscito Creatività ibrida, un saggio che ho scritto per raccontare cosa significa essere autori quando si usano intelligenze artificiali. Partendo da una domanda preliminare: si può ancora essere autori? E se sì, come?
Il libro era già uscito in licenza Creative Commons. I primi mesi l’ho lasciato disponibile solo in versione cartacea e PDF a pagamento, poi a dicembre ho reso il PDF scaricabile gratuitamente dal mio sito. Ora, lavorando a docs.ai-know.pro (ho raccontato cos’è in questo articolo), ho preparato anche la versione web: il libro si può leggere direttamente online, oltre che scaricare come pdf, il link è questo.
Approfitto di questo aggiornamento per tornare su una questione che mi gira in testa da un po’.
Leggendo le discussioni che circolano in questo periodo, vedo molta polemica sulle intelligenze artificiali. Che siano davvero intelligenti o no. Che sappiano scrivere o meno. Che non abbiano “il corpo”, che non ci mettano “l’anima”.
Qualcuno sostiene che le macchine non possono essere usate per la scrittura creativa perché non hanno un corpo, ma francamente non capisco cosa c’entri. Prima dell’arrivo delle AI esistevano i ghostwriter: chi voleva pubblicare un libro ma non era capace di scriverlo pagava qualcuno per farlo al posto suo, qualcuno che sarebbe rimasto nascosto mentre il libro usciva con il nome di chi aveva pagato. Anche in quel caso si sarebbe potuto obiettare qualcosa, tipo “non ci hai messo l’anima”. C’è sempre qualche mancanza da trovare, se la si cerca. Peccato che nel caso delle AI non sia compito loro metterci corpo e anima, ma tocca a chi le usa farlo.
Cosa distingue le intelligenze artificiali dagli strumenti che abbiamo usato finora? Per la prima volta nella storia del rapporto tra umanità e tecnologia, nella parte creativa di questo rapporto, abbiamo uno strumento di cui non siamo sicuri del risultato, può darci un output che non controlliamo al cento per cento.
Ma c’è un altro punto che mi sembra poco considerato.
Fino all’ultimo strumento prima delle AI, la persona usava lo strumento, lavorava con il pennello, la macchina fotografica, la macchina da scrivere, il computer. Lo strumento era un’estensione che aumentava le possibilità della persona, ma era sempre la persona a lavorare attraverso lo strumento.
Con l’arrivo delle intelligenze artificiali siamo arrivati a un punto diverso. Non si lavora più attraverso, si lavora con. Può sembrare strano ma di fatto è un rapporto di partnership, anche se ovviamente con ruoli diversi ma complementari. È la tesi del mio libro, non sto a ridiscuterla.
Va detto un punto che spesso viene trascurato, le AI generative disponibili oggi sono progettate per interagire con le persone, non per operare in isolamento. Parafrasando Jessica Rabbit, le hanno disegnate così, per questo è poco sensato discuterne come se fossero elementi isolati da valutare in base a cosa producono da sole.
C’è però anche l’altra possibilità: delegare completamente tutto alla macchina.
Se mi siedo, faccio una richiesta banalissima (“fammi il disegno di un cavallo alato che vola nel cielo”) e mi fermo lì, la macchina fa il suo lavoro e produce un disegno, probabilmente anche un bel disegno. Ma facendo così ho delegato alla macchina l’intero processo creativo.
Diverso è il caso in cui la persona creativa lavora con la macchina, il processo creativo viene suddiviso tra due parti.
Io l’ho fatto per scrivere il saggio da cui siamo partiti. L’ho scritto utilizzando Claude, sono partito istruendo un assistente personalizzato su come volevo che si esprimesse, quali parole usare e quali evitare, il tipo di frasi. Abbiamo, e il plurale qui è appropriato, rivisto i testi che mi ha preparato e ragionato insieme sulle cose uscite.
È intelligente Claude? Può essere, non lo so e dubito che sappiamo davvero rispondere a questa domanda. Chi muove questa critica mi sembra ragionare solo in termini di intelligenza umana. Non credo che l’intelligenza umana sia l’unica forma di intelligenza esistente nell’universo, e non mi riferisco agli alieni: anche la Terra è piena di altri tipi di intelligenza. Poi, se guardo un universo così grande, viene da pensare che probabilmente da qualche parte qualche altra intelligenza esista, e sarebbe comunque diversa dalla nostra.
Trovo sia un approccio limitante fare il confronto “le macchine non sono intelligenti” sottintendendo “non sono intelligenti come noi”, e a volte mi sembra che chi lo dice sottintenda “non sono intelligenti come me”.
L’arrivo dell’intelligenza artificiale ha cambiato il modo di lavorare. Non solo perché si è più veloci, ma perché non c’è più il singolo che lavora per conto suo. Anche chi lavora da solo, in realtà lavora in coppia.
Quando ho scritto il libro ero da solo, ma non ero da solo: ero con Claude. E non credo sia utile chiedersi se Claude sia intelligente o meno. In quel caso si è comportato in un modo che mi ha portato a completare il libro. Quando uso Claude per scrivere, o per creare applicazioni, non è un esecutore: ci mette del suo. Lo farà in modo statistico, probabilistico, mettendo insieme elementi già esistenti, ma la creatività non è solo inventare solo cose completamente nuove da zero. Creatività è anche mettere insieme cose note in modo diverso.
E questa cosa, da quello che vedo, le intelligenze artificiali sono capaci di farla.
In attesa di capire se le AI sono intelligenti, impariamo a lavorarci insieme.
