È il momento della formazione sulle AI nel settore culturale

Sto iniziando un progetto utile, raccontare NotebookLM ai bibliotecai, ne approfitto per parlare di formazione sulle AI nel settore culturale.

Quando si parla di intelligenza artificiale nella scuola e nel settore culturale il discorso tende a oscillare tra due estremi. Da una parte l’entusiasmo generico, con proclami sulla necessità di «abbracciare l’innovazione» e «non restare indietro». Dall’altra la diffidenza altrettanto generica, alimentata da timori comprensibili ma spesso basati su informazioni incomplete. In mezzo, chi lavora quotidianamente in questi ambiti e ha bisogno di capire concretamente cosa fare.

Bibliotecari, insegnanti, operatori culturali, archivisti si trovano in una posizione particolare. Non sono tecnici, non devono sviluppare software, ma gestiscono quotidianamente informazioni, documenti, contenuti, relazioni con il pubblico. Sono esattamente il tipo di professionisti per cui l’intelligenza artificiale generativa potrebbe fare una differenza reale, a condizione di sapere come usarla. E qui sta il problema.

Cosa manca nella formazione attuale

La formazione sulle AI disponibile oggi per questi settori riflette spesso i vincoli con cui viene concepita. Quando un’istituzione commissiona «un corso sull’intelligenza artificiale» il risultato tende a essere un’introduzione ai concetti generali, magari con qualche dimostrazione pratica, che in poche ore deve coprire un territorio vastissimo. Il partecipante esce con una vaga idea di cosa esista ma senza saper fare nulla di specifico nel proprio contesto di lavoro.

È una conseguenza quasi inevitabile del formato. In una giornata o un webinar si può accendere l’interesse, ma tra la dimostrazione vista durante il corso e l’uso autonomo nel proprio lavoro c’è un vuoto che è difficile colmare in così poco tempo. E quando il corso è troppo tecnico rispetto al pubblico che lo frequenta il risultato rischia di essere la convinzione che «l’AI non fa per me», che è l’opposto dell’obiettivo.

Non è una questione di qualità dei formatori ma di come vengono disegnati i percorsi. Quello che serve è qualcosa di strutturalmente diverso, vale a dire percorsi che partano da strumenti concreti, calati nel contesto professionale specifico, con tempi distesi che permettano la sperimentazione e un supporto che vada oltre la singola sessione formativa.

Un esempio concreto: NotebookLM per le biblioteche

Sto iniziando un progetto con la Fondazione Esperienze di Cultura Metropolitana per il loro sito Sapere Digitale, dedicato all’educazione civica digitale in biblioteca. Il progetto introduce NotebookLM, lo strumento di Google per lavorare con i propri documenti, nel contesto bibliotecario.

La struttura del percorso riflette le considerazioni che ho appena descritto. Non un corso frontale ma una combinazione di articoli di approfondimento pubblicati progressivamente e laboratori pratici online. Gli articoli costruiscono la comprensione dello strumento passo dopo passo, dalla logica di funzionamento alle funzionalità operative, dagli scenari d’uso specifici per biblioteche fino a un’analisi critica dei limiti e delle possibilità di integrazione. I laboratori, a distanza di una settimana l’uno dall’altro, sono il momento in cui si sperimenta e si confrontano le esperienze.

Due scelte progettuali meritano attenzione. La prima è la pubblicazione anticipata dei materiali rispetto ai laboratori. I partecipanti arrivano alle sessioni pratiche avendo già letto gli articoli e, idealmente, avendo già provato lo strumento. Questo inverte il modello tradizionale in cui il formatore spiega e i partecipanti ascoltano: nel laboratorio si parte da domande reali nate dall’esperienza diretta.

La seconda è la scelta di lavorare esclusivamente con la versione gratuita dello strumento. Non è una limitazione ma una decisione consapevole. Proporre strumenti a pagamento a istituzioni che spesso operano con budget ridotti crea una barriera che rende la formazione inutile dal giorno dopo la fine del corso. Se lo strumento è gratuito e le competenze acquisite sono immediatamente applicabili, il percorso formativo produce valore duraturo.

Perché NotebookLM nel contesto bibliotecario

Per il lavoro in biblioteca NotebookLM ha caratteristiche che lo rendono particolarmente adatto. Lavora esclusivamente sui documenti caricati dall’utente, il che significa che ogni risposta è verificabile risalendo alla fonte. Per professionisti abituati al rigore documentale questa non è una funzionalità tra le tante ma il prerequisito per prendere lo strumento sul serio. I bibliotecari gestiscono archivi, collezioni, materiali informativi, e uno strumento che permette di interrogare, sintetizzare e trasformare questi materiali in formati diversi ha applicazioni immediate e concrete.

La scelta di uno strumento specifico ha anche un valore formativo che va oltre lo strumento stesso. Chi impara a lavorare con un’applicazione di AI sviluppa un modo di pensare che è trasferibile: capire cosa può e non può fare, come formulare richieste efficaci, come valutare criticamente i risultati, come integrare l’AI in un flusso di lavoro esistente. Queste competenze valgono indipendentemente dall’applicazione specifica e sono esattamente ciò che manca nella formazione generica.

Di cosa ha bisogno il settore culturale

La mia esperienza come formatore sulle AI generative, che comprende lavoro con aziende, professionisti e ora con il settore culturale, mi ha convinto che il problema non sta nella tecnologia. Gli strumenti ci sono, molti sono gratuiti o accessibili, e le loro capacità crescono continuamente. Il problema è il percorso che porta dal «so che esiste» al «so come usarlo nel mio lavoro».

Per il settore culturale e scolastico questo percorso ha esigenze specifiche. Serve formazione che rispetti i vincoli reali di queste istituzioni, a partire da budget limitati, tempo scarso, competenze tecniche di partenza variabili.

Serve un approccio che non tratti questi professionisti come utenti passivi a cui mostrare trucchi ma come operatori competenti a cui fornire strumenti nuovi per il lavoro che già sanno fare. E serve continuità, perché l’intelligenza artificiale non è un argomento che si impara in una giornata e poi si applica per sempre. Gli strumenti cambiano, le possibilità si espandono, le competenze vanno aggiornate.

Ma serve anche un livello diverso di formazione, rivolto a chi prende le decisioni. Un dirigente scolastico, un direttore di biblioteca, un responsabile culturale ha bisogno di capire cosa l’intelligenza artificiale può fare per la propria organizzazione prima di decidere come investire in formazione per il personale. Non una formazione tecnica su quale pulsante premere, ma una visione strategica su dove questi strumenti si inseriscono nei processi esistenti, quali problemi risolvono realmente e quali aspettative sono irrealistiche. Senza questo passaggio la formazione operativa rischia di restare un’iniziativa isolata, magari apprezzata da chi partecipa ma senza ricadute sull’organizzazione.

C’è un aspetto ulteriore che raramente viene considerato quando si parla di formazione sulle AI. Lavorare con questi strumenti in modo consapevole, mantenendo un ruolo attivo di verifica e orientamento, non si limita a produrre risultati migliori. Cambia progressivamente il modo di ragionare di chi li usa. Il dialogo con un’intelligenza artificiale porta a esplorare angolazioni che da soli non si sarebbero considerate, non perché la macchina sappia di più ma perché il processo di formulare domande, valutare risposte e riorientare il lavoro costringe a rendere espliciti ragionamenti che altrimenti resterebbero automatici. Col tempo si diventa più analitici, più attenti alla struttura delle proprie argomentazioni, più consapevoli delle proprie assunzioni. È un effetto collaterale della collaborazione con l’AI che ha un valore formativo in sé, indipendente dallo strumento specifico che lo produce.

Il progetto con Sapere Digitale è un piccolo esempio di come si può fare. Non è l’unico modo possibile, ma è un modo che funziona. Si parte da un bisogno reale, si sceglie lo strumento giusto per quel contesto, si costruisce un percorso che rispetti i tempi di chi impara e che lasci qualcosa di utilizzabile dopo la fine della formazione. Il manuale che accompagna il progetto è rilasciato con licenza Creative Commons, proprio perché l’obiettivo è che i bibliotecari possano a loro volta usarlo come materiale per i propri utenti.

È un approccio che credo andrebbe esteso. Il settore culturale italiano ha bisogno di formazione sulle AI che sia concreta, accessibile e duratura. Non di proclami su come l’intelligenza artificiale cambierà tutto, ma di percorsi che mostrino come può migliorare il lavoro di chi opera ogni giorno con la conoscenza e la sua diffusione.

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