La fotografia, testimonianza o racconto?

Per capire dove l’AI può aiutare il fotografo bisogna capire quando l’immagine fotografica deve testimoniare un fatto oppure vuole costruirne un racconto.

La fotografia fa due cose che per molto tempo non abbiamo avuto bisogno di distinguere: testimoniare e raccontare.

Testimoniare significa documentare qualcosa che esiste o accade, un evento, un luogo, un soggetto, un fenomeno. Il valore dell’immagine sta nel fatto che chi la scatta era lì, con l’obiettivo puntato verso qualcosa di reale. Raccontare significa costruire una narrazione visiva in cui l’efficacia comunicativa conta più della corrispondenza letterale con la realtà. Il valore dell’immagine sta nel racconto, non nella certificazione.

Per oltre un secolo le due funzioni hanno convissuto nello stesso strumento senza creare problemi particolari. Certo, il dibattito sulla manipolazione delle immagini c’è sempre stato, dalla camera oscura alle prime versioni di Photoshop. Ogni nuova possibilità tecnica ha sollevato domande. Ma la discussione restava gestibile perché l’immagine fotografica partiva sempre da qualcosa che era stato davanti all’obiettivo. Anche la foto più ritoccata aveva un’origine reale.

Le AI generative rompono questo presupposto. Per la prima volta è possibile creare immagini fotorealistiche di cose che non sono mai esistite, senza che nessun obiettivo sia mai stato puntato verso nulla. Questo costringe a fare esplicitamente una distinzione che prima poteva restare implicita: quando un fotografo lavora, sta testimoniando o sta raccontando?

Non è una domanda accademica. La risposta determina se e come le AI possono entrare nel suo flusso di lavoro.

Il matrimonio: un evento reale che richiede narrazione

Prendiamo il caso del fotografo di matrimonio, perché è uno di quelli in cui la distinzione si vede meglio.

Un matrimonio è un evento che accade davvero, persone reali, emozioni reali, un momento che non si ripete. Ma il lavoro del fotografo di matrimonio non è certificare che la cerimonia è avvenuta (per quello c’è il registro civile e i testimoni). Il suo lavoro è costruire un racconto visivo dell’evento: scegliere i momenti, comporre le inquadrature, gestire la luce, creare una narrazione che restituisca l’atmosfera e le emozioni della giornata. Anche quando cattura un momento spontaneo, lo sta facendo dentro un progetto narrativo. Ha scelto dove posizionarsi, quale focale usare, cosa includere nell’inquadratura e cosa lasciare fuori. Sta raccontando.

Se il fotografo di matrimonio sta raccontando, le AI possono entrare nel suo processo di lavoro. E nella pratica ci stanno già entrando, anche se in modi che hanno poco a che fare con la generazione di immagini dal nulla.

Servizi come Imagen AI, per esempio, fanno qualcosa di molto pratico. Imparano lo stile di postproduzione del fotografo analizzando le sue foto già editate, e poi lo applicano in modo coerente a migliaia di scatti. Un matrimonio produce facilmente duemila, tremila immagini raw. Il culling (la selezione delle migliaia di scatti per arrivare a quelli che entreranno nel racconto finale) e la postproduzione di base (correzione dell’esposizione, bilanciamento del colore, coerenza cromatica tra scatti fatti in condizioni di luce diverse) sono lavori necessari ma ripetitivi, che richiedono ore di lavoro al computer. Uno strumento che li automatizza mantenendo lo stile personale del fotografo non sta sostituendo la sua visione creativa, sta liberando tempo per concentrarsi sulle scelte che contano.

Se ci pensate, il principio non è nuovo. Nell’era della pellicola nessuno metteva in discussione la professionalità di un fotografo perché non si sviluppava i negativi da solo. Il laboratorio di fiducia conosceva le sue preferenze di stampa e le applicava in modo coerente. Imagen AI e strumenti simili fanno la stessa cosa, con una precisione e una velocità che il laboratorio analogico non poteva avere. Il fotografo resta il narratore, l’AI gestisce la parte esecutiva della postproduzione.

Vale la pena sottolineare un aspetto. Quando parliamo di AI nella fotografia, l’immaginario collettivo va subito alla generazione di immagini dal nulla. Ma nella pratica professionale, soprattutto nell’ambito degli eventi, gli usi più diffusi sono interventi parziali su scatti reali. Selezione automatica, postproduzione assistita, correzione di dettagli tecnici, coerenza cromatica su grandi volumi. L’immagine parte sempre dalla realtà, l’AI interviene nel processo, non nell’origine.

La testimonianza: non solo fotogiornalismo

La tentazione è di associare la fotografia come testimonianza solo al fotogiornalismo e alla documentazione di eventi drammatici. Sarebbe riduttivo. Testimoniare è un atteggiamento del fotografo rispetto al proprio lavoro, non un genere fotografico. Un fotografo naturalista che documenta il comportamento di una specie animale sta testimoniando. Un fotografo scientifico che registra le fasi di un esperimento sta testimoniando. Un fotografo di matrimonio potrebbe scegliere di testimoniare anziché raccontare, documentando la giornata così come accade, senza dirigere, senza costruire scene, restituendo il flusso degli eventi con la minore interferenza possibile. È una scelta legittima e produce un risultato molto diverso dal racconto narrativo di cui abbiamo parlato nella sezione precedente.

Quello che accomuna tutti questi casi è che il valore dell’immagine dipende dalla sua corrispondenza con qualcosa che è accaduto davvero, davanti all’obiettivo. E qui va fatta una precisazione importante. Testimoniare non significa produrre un documento oggettivo. La testimonianza fotografica è sempre soggettiva. Il fotografo sceglie dove puntare l’obiettivo, in quale momento scattare, cosa includere nel frame e cosa lasciare fuori. Due fotografi che testimoniano lo stesso evento produrranno immagini diverse, esattamente come due testimoni oculari dello stesso incidente racconteranno versioni leggermente diverse. La soggettività non invalida la testimonianza, ne è una componente inevitabile. Quello che la rende testimonianza è l’impegno a non alterare il rapporto tra l’immagine e ciò che è accaduto.

Quando il fotografo lavora come testimone, l’AI non può intervenire su cosa l’immagine mostra. Non può aggiungere elementi, rimuoverli, ricostruire porzioni di scena, modificare espressioni o contesti. La linea è netta, ed è una linea che l’industria ha tracciato in modo esplicito. Il World Press Photo ha bandito le immagini generate dall’AI e quelle modificate con strumenti generativi come il riempimento di Photoshop. Le grandi agenzie (AFP, Getty, Reuters) hanno policy che vietano la manipolazione digitale del contenuto delle immagini. E dal lato hardware si sta sviluppando lo standard C2PA, che permette di certificare l’autenticità di foto e video direttamente dalla fotocamera. Sony lo ha già implementato su diverse fotocamere professionali, Nikon sulla Z6 III, Leica sulle serie M11 e SL3. AFP lo ha testato con successo durante le elezioni americane del 2024 usando prototipi Nikon.

Ma la distinzione binaria tra testimonianza e racconto riguarda la funzione del lavoro, non ogni singolo strumento del flusso. Anche nella testimonianza l’AI può intervenire su tutto ciò che non tocca il contenuto delle immagini: organizzazione degli archivi, catalogazione per temi, ricerca tra migliaia di scatti, gestione dei metadati, ottimizzazioni tecniche che non alterano ciò che l’immagine mostra (riduzione del rumore, recupero di dettagli in condizioni di luce difficili). Lo stesso standard C2PA non vieta l’uso del software, traccia le modifiche e certifica l’origine. Il confine non è «AI sì» o «AI no» in senso assoluto. L’AI può toccare il processo intorno alla testimonianza, non la testimonianza stessa.

L’intenzione come criterio

La distinzione tra testimoniare e raccontare non è una proprietà del soggetto fotografato, è una scelta del fotografo e spesso anche del committente. Lo stesso soggetto può essere testimoniato o raccontato, e la scelta cambia tutto.

Un fotografo inviato in una zona di conflitto per un’agenzia di stampa sta testimoniando. Un fotografo che ricostruisce scene di conflitto per un progetto editoriale o una campagna di sensibilizzazione sta raccontando. Le immagini possono sembrare simili, i vincoli professionali sono completamente diversi. Nel primo caso l’AI non può toccare il contenuto. Nel secondo può entrare a pieno titolo nel processo creativo, dalla generazione di elementi alla postproduzione avanzata, perché l’obiettivo non è documentare qualcosa che è accaduto, è costruire una narrazione efficace.

Lo stesso vale per contesti meno estremi. Un fotografo di architettura può lavorare come testimone (documentare lo stato di un edificio per una perizia, per un cantiere, per un archivio storico) o come narratore (raccontare un progetto architettonico per una rivista di design, dove la luce viene aspettata o costruita e l’immagine finale è il risultato di scelte compositive e di postproduzione). Un ritrattista può testimoniare una persona (si pensi alla fotografia di identità o alla documentazione medica) o raccontarla (un ritratto editoriale, un progetto artistico, una campagna pubblicitaria).

In ciascun caso il criterio non è il genere fotografico, è una domanda che il fotografo si pone prima di cominciare a lavorare. Qual è la funzione di questo lavoro? Se la risposta è «documentare qualcosa che esiste o accade, preservando il rapporto tra immagine e realtà», si sta testimoniando, e il contenuto delle immagini non si tocca. Se la risposta è «costruire una narrazione visiva efficace», si sta raccontando, e gli strumenti disponibili includono anche le AI, nella misura in cui il fotografo decide di usarli.

Questa è una responsabilità professionale, non una regola tecnica. Nessun software può decidere al posto del fotografo se sta testimoniando o raccontando. È il fotografo che lo sa, ed è il fotografo che traccia il confine per il proprio lavoro.

Il confine che conta

La distinzione tra testimoniare e raccontare non è una regola morale né un giudizio di valore su come un fotografo sceglie di lavorare. È uno strumento pratico che permette di orientarsi in un panorama che rischia di sembrare confuso.

Quando un fotografo si chiede «posso usare le AI nel mio lavoro?», la prima domanda da farsi non riguarda quale strumento usare o quanto può spingersi. Sto testimoniando o sto raccontando? La risposta definisce i confini prima ancora di accendere il computer.

Chi testimonia sa che il proprio impegno è verso la corrispondenza tra immagine e realtà, e che le AI possono aiutarlo nel processo ma non nel contenuto. Chi racconta sa che il proprio impegno è verso l’efficacia della narrazione, e che le AI sono strumenti legittimi al servizio di quell’obiettivo, esattamente come lo sono la postproduzione, il compositing, la direzione della luce.

Fin qui abbiamo parlato di immagini, di cosa succede quando l’AI entra nel processo di creazione, selezione e sviluppo delle fotografie. Ma il lavoro del fotografo professionista non è fatto solo di immagini. È fatto anche di preventivi, comunicazione con i clienti, gestione del portfolio, analisi del mercato, pianificazione dei progetti. E se le AI potessero entrare anche lì?

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