Freepik: Spaces e workflow a nodi

Sono riuscito a fare un tutorial per due argomenti, gli Spaces di Freepik e i workflow a nodi.

Ho pubblicato un video tutorial su Spaces, una funzionalità relativamente nuova di Freepik che permette di creare immagini e video attraverso un’interfaccia a nodi. Nel video mostro un test, la trasformazione di uno schizzo in un’immagine elaborata, mostrando concretamente come funziona questo tipo di strumento.
Qui invece provo a raccontare cosa sono i workflow a nodi, e perché vale la pena capire come funzionano.

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Il limite dell’approccio tradizionale

La maggior parte delle persone che usano strumenti di generazione immagini o video lavora con un’interfaccia molto semplice: c’è una casella di testo dove si scrive cosa si vuole ottenere, si preme un pulsante, e dopo qualche tempo più o meno variabile arriva il risultato. Se il risultato non va bene, si modifica il prompt e si riprova. Questo approccio funziona, e per molti usi è più che sufficiente.

Il problema si presenta quando si vuole fare qualcosa di più articolato. Supponiamo di voler partire da un’immagine esistente, trasformarla in uno stile diverso, applicare una modifica specifica, e poi generare diverse varianti con modelli differenti per confrontarle. Con l’interfaccia tradizionale questo significa fare ogni passaggio manualmente, ricordare quali impostazioni si sono usate, copiare e incollare risultati intermedi, e sostanzialmente gestire tutto “a mano”.

Non è impossibile, ma è inefficiente. E soprattutto non è riproducibile: se domani voglio applicare la stessa sequenza di operazioni a un’immagine diversa, devo rifare tutto da capo, sperando di ricordare esattamente cosa avevo fatto.

Cosa sono i workflow a nodi

Un workflow a nodi è un modo diverso di organizzare il lavoro. Invece di avere un’unica operazione monolitica, cioè “dal prompt all’immagine finale”, il processo viene scomposto in passaggi distinti. Ogni passaggio è rappresentato da un “nodo”, un elemento visuale che fa una cosa specifica: caricare un’immagine, elaborare un prompt, generare un’immagine, cambiare il punto di vista, e così via.

I nodi hanno ingressi e uscite. L’uscita di un nodo si può collegare con l’ingresso di un altro nodo, collegandoli tra loro si costruisce un flusso di lavoro, un percorso che parte da certi elementi iniziali e arriva a certi risultati finali passando attraverso una serie di trasformazioni.

La cosa importante da capire è che questo flusso di lavoro, una volta costruito, esiste come oggetto a sé stante. Non è solo una sequenza di azioni che ho fatto una volta: è una struttura che posso riutilizzare, modificare, estendere. Posso cambiare l’immagine di partenza e rieseguire tutto il resto. Posso aggiungere un ramo parallelo per provare una variante, sostituire un nodo con un altro per esempio usando un modello diverso in un certo passaggio senza dover ricostruire tutto il resto, rieseguire solo una parte lasciando immutata la parte precedente. Insomma l’interfaccia a nodi permette tanta libertà.

Perché questo approccio è importante per un uso professionale

I due metodi, la modalità diretta e la richiesta strutturata con l’uso del workflow a nodi, non sono per categorie diverse di utenti, entrambi possono essere usati con soddisfazioni dai professionisti o comunque da utenti “esigenti”. Ma chi vuole integrare questi strumenti in un flusso di lavoro professionale si trova prima o poi di fronte ad alcune esigenze che l’approccio tradizionale soddisfa male.

La prima è la riproducibilità. In un contesto professionale non basta ottenere un buon risultato una volta: serve poterlo ottenere di nuovo, con variazioni controllate. Se ho sviluppato un processo che funziona bene per un certo tipo di immagine, voglio poterlo applicare velocemente ad altre immagini simili senza ricominciare ogni volta da zero.

La seconda è l’iterazione controllata. Quando si lavora su un progetto complesso, raramente il primo tentativo è quello definitivo. Si prova, si valuta, si modifica qualcosa, si riprova. Con un workflow a nodi posso modificare un singolo passaggio e vedere come cambia il risultato finale, mantenendo tutto il resto invariato. Questo permette di capire esattamente cosa produce quale effetto, invece di procedere per tentativi casuali.

La terza è la sperimentazione sistematica. Se voglio confrontare diversi modelli, o diversi stili, o diverse impostazioni, posso creare rami paralleli nel workflow e vedere i risultati fianco a fianco. Invece di fare confronti a memoria, ho una struttura che rende esplicite le differenze.

C’è poi un aspetto più sottile ma altrettanto importante: la separazione tra cosa voglio ottenere e come lo ottengo. Quando lavoro con un workflow a nodi, sto di fatto costruendo una “ricetta”. Questa ricetta può essere raffinata nel tempo, può essere adattata a esigenze diverse, può essere condivisa con altri. Il know-how non resta solo nella mia testa sotto forma di “so quali prompt funzionano”: diventa una struttura esplicita, documentata, modificabile.

Quando ha senso investirci

I workflow a nodi richiedono un investimento iniziale di tempo per capire la logica di funzionamento, e comportano una complessità maggiore rispetto all’interfaccia “scrivi e genera”. Per chi usa le AI generative saltuariamente, questo investimento probabilmente non si ripaga.

Ma per chi sta costruendo una competenza professionale in questo campo, o per chi usa questi strumenti in modo intensivo, la questione è diversa. I workflow a nodi non sono un vezzo da smanettoni: sono lo strumento che permette di passare dall’uso occasionale all’uso sistematico, dalla sperimentazione casuale al metodo replicabile.

Esistono diversi strumenti che usano questo approccio. Nel campo delle immagini il riferimento più noto è probabilmente ComfyUI, che però ha una curva di apprendimento decisamente lunga per via del numero enorme di nodi disponibili e della complessità delle strutture possibili. Nel campo del video c’è DaVinci Resolve, che usa i nodi per il color grading e per altre funzionalità avanzate. E ora anche servizi online come Freepik stanno introducendo interfacce a nodi, con il vantaggio di offrire un numero limitato di elementi che rende più semplice iniziare.

Nel video che accompagna questo articolo ho usato proprio Spaces di Freepik per mostrare come funziona un workflow a nodi nella pratica. Ho scelto questo strumento perché, mettendo a disposizione solo pochi nodi, permette di concentrarsi sulla logica di funzionamento senza perdersi nella complessità. Chi vuole vedere cosa significa concretamente costruire un flusso di lavoro di questo tipo può guardare il video: parte da uno schizzo semplice e arriva a un’immagine elaborata attraverso una serie di passaggi concatenati.

L’obiettivo non è imparare Spaces in particolare, ma capire un modo di lavorare che si può poi applicare a strumenti diversi. Perché alla fine la competenza che vale la pena costruire non è “saper usare questo specifico software”, ma “capire come si ragiona quando si lavora con workflow modulari”. Questa è una competenza trasferibile, che resta utile anche quando gli strumenti cambiano.

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