Studio Anthropic su 81.000 utenti Claude, cosa chiedono davvero all’AI

Anthropic ha intervistato oltre 80.000 utenti di Claude in 159 paesi. L’analisi dei risultati: cosa chiedono all’AI, dove funziona e dove no.

Anthropic ha pubblicato oggi i risultati dello studio qualitativo più ampio mai condotto su come le persone percepiscono l’intelligenza artificiale. Oltre 80.000 utenti di Claude, distribuiti in 159 paesi e 70 lingue, hanno partecipato a un’intervista condotta da un’AI. Il numero da solo basterebbe a fare notizia, ma la parte interessante è un’altra.

Prima di parlare dei risultati guardiamo al metodo, le interviste le ha condotte Claude attraverso una versione configurata come intervistatore (Anthropic Interviewer). Lo strumento era già stato testato nel dicembre 2025 su 1.250 professionisti, ma questa volta la scala è completamente diversa. Le risposte le ha classificate sempre Claude, con un sistema di classificatori costruiti appositamente. E l’analisi tematica che ne è uscita è stata poi rivista da un piccolo team di ricercatori umani. In pratica, un’AI ha studiato cosa pensano di lei i propri utenti, usando sé stessa come strumento di ricerca. È un meta-livello che merita attenzione, e ci torniamo.

Passiamo ai dati, quello che 80.000 persone hanno raccontato sulle proprie speranze, paure e esperienze concrete con l’AI è più articolato di qualsiasi sondaggio a crocette.

Cosa vogliono dall’AI

Anthropic Interviewer ha chiesto a ogni partecipante cosa vorrebbe che l’AI facesse per lui, in forma aperta. Le risposte sono state poi raggruppate da classificatori automatici in nove categorie, ciascuna assegnata come visione primaria. La distribuzione racconta una storia diversa da quella che ci si aspetterebbe.

La categoria più citata è l’eccellenza professionale (18,8%), persone che vogliono delegare all’AI il lavoro ripetitivo per concentrarsi su attività a maggior valore. Fin qui, niente di sorprendente. Ma subito dopo arrivano la trasformazione personale (13,7%), la gestione della vita quotidiana (13,5%) e il tempo libero (11,1%). Se si sommano queste tre voci, quasi il 40% degli intervistati non chiede all’AI di lavorare meglio, ma di vivere meglio.

Il pattern si vede anche andando oltre le risposte immediate. Molti partecipanti hanno iniziato parlando di produttività, ma quando l’intervistatore ha chiesto cosa quella produttività avrebbe reso possibile, sono venute fuori altre priorità. L’utente colombiano che usa l’AI per essere più efficiente al lavoro, in realtà, martedì scorso ha cucinato con sua madre invece di finire le consegne. Il freelance giapponese che vuole risparmiare energia mentale sui problemi dei clienti lo fa per avere tempo di leggere più libri.

L’indipendenza economica pesa per il 9,7%, l’imprenditorialità per l’8,7%. L’espressione creativa chiude la classifica al 5,6%, e questo dato va letto con attenzione, non significa che la creatività non interessi, ma che la maggior parte delle persone ha bisogni più immediati da risolvere prima di arrivarci.

La trasformazione sociale (9,4%) include chi spera che l’AI acceleri la ricerca medica, democratizzi l’istruzione o riduca le disuguaglianze. Spesso dietro queste visioni c’è un’esperienza personale concreta, il genitore di un bambino con un disturbo neurologico che spera nella ricerca, l’imprenditore camerunense che descrive l’AI come un equalizzatore perché nel suo paese non ci si possono permettere molti errori.

L’AI sta mantenendo le promesse?

Alla domanda se l’AI avesse già fatto un passo concreto verso la propria visione, l’81% ha risposto di sì. Le esperienze positive si distribuiscono in sei aree principali, produttività (32%), partnership cognitiva (17,2%), apprendimento (9,9%), accessibilità tecnica (8,7%), sintesi della ricerca (7,2%) e supporto emotivo (6,1%). Il 18,9% ha detto che l’AI non ha ancora mantenuto le aspettative.

Il racconto della produttività è prevedibile, sviluppatori che comprimono settimane di lavoro in giorni, professionisti che automatizzano documentazione e comunicazioni. Ma le storie più significative stanno altrove.

Nell’accessibilità tecnica, persone senza alcun background informatico costruiscono prodotti funzionanti. Un ex macellaio cileno con vent’anni di bottega e due o tre contatti con un PC in tutta la vita ha avviato un’attività imprenditoriale nel digitale. Un lavoratore ucraino, muto dalla nascita, ha costruito con Claude un bot text-to-speech che gli permette di comunicare con gli amici quasi in tempo reale.

Nell’apprendimento il filo conduttore è l’assenza di giudizio. Un avvocato indiano che aveva sviluppato una fobia per la matematica ha ripreso la trigonometria con successo e ha letto quindici pagine di Hamlet, un testo che prima considerava fuori dalla propria portata. Uno studente indiano spiega che il suo professore insegna a sessanta persone e non accetta molte domande, mentre all’AI si può chiedere qualsiasi cosa, anche alle due di notte, incluse le domande che sembrerebbero stupide.

Il supporto emotivo rappresenta solo il 6,1%, ma contiene le testimonianze più intense. Soldati ucraini che descrivono l’AI come ciò che li ha riportati alla vita nei momenti peggiori. Persone in lutto che trovano nell’AI una pazienza illimitata quando non hanno più nessuno a cui rivolgersi. Ma anche chi riconosce il rovescio della medaglia, un utente sudcoreano racconta di aver parlato più con Claude che con un amico in un momento di crisi, e di aver perso quell’amico proprio per questo.

La citazione più efficace dello studio la offre un partecipante tedesco, che riassume lo scarto tra aspettative e realtà attuale con una battuta, l’AI dovrebbe lavare i vetri e svuotare la lavastoviglie così da lasciargli il tempo di dipingere e scrivere poesie. Al momento è esattamente il contrario.

Saffron Huang, la ricercatrice di Anthropic che ha guidato il progetto, riconosce nella presentazione dei risultati che il contatto con questa quantità di esperienza umana grezza ha colpito il team in modo inaspettato. L’utilità dell’AI è reale, scrive, e il problema per tutti è come raccoglierne i benefici senza pagare costi eccessivi.

Fin qui le buone notizie (più o meno)

L’81% che dice “sì, l’AI ha fatto un passo verso la mia visione” è un dato notevole. Ma lo studio non si ferma qui, e la parte più interessante viene adesso. Perché Anthropic ha scoperto che le stesse persone che raccontano benefici concreti esprimono anche paure concrete, spesso sugli stessi identici temi. Non ottimisti da un lato e pessimisti dall’altro, ma contraddizioni che convivono dentro la stessa persona.

Nella seconda parte, in uscita domani, parlo delle cinque coppie di benefici e rischi che lo studio ha identificato, come cambiano le prospettive in base a dove si vive nel mondo, e il metodo con cui Anthropic ha condotto questa ricerca, che è una notizia nella notizia.

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