Alessandro Vettori, AIRebel per nascita

Alessandro Vettori, un creativo nell’anima mi verrebbe da dire, incontra l’AI e nasce AIREBEL!

Ho conosciuto Alessandro Vettori lo scorso anno a Ronciglione, in occasione del Ronciglione Foto Festival 2024. Ero stato chiamato per una conferenza dal titolo sfidante “Creatività ai tempi dell’AI“, un argomento che mi interessa moltissimo (vedi il mio saggio Creatività ibrida).
Alessandro l’ho incontrato appena arrivato, un aperitivo organizzato al volo e questo la dice lunga sull’ospitalità degli organizzatori e della gente del paese. Da subito siamo partiti in una lunga, intensa chiacchierata.

1) Chi sei?
Chi sono è una domanda che non ho mai davvero smesso di farmi.
Non perché non abbia una risposta, ma perché ogni volta cambia forma, come cambiano le stagioni interiori di chi vive in uno stato costante di ricerca.
Sono uno che non è mai riuscito a stare comodo nelle definizioni.
Fin da piccolo mi sono sentito diviso in due: fuori, un bambino educato, gentile, misurato; dentro, un mondo in tumulto. Un caos creativo che non dormiva mai — e ancora oggi, infatti, faccio fatica a dormire. Preferirei restare acceso sempre.

La mia vita è sempre stata fatta di salti nel vuoto: salti che sembrano un metro, ma dentro quel metro metto tutto me stesso. Scrivo da sempre, ma non per mestiere: per necessità. La scrittura è stata la mia complice segreta, l’unico modo per sopportare la normalità, per trasformare la solitudine in qualcosa di fertile.

Ho lavorato in Rai, facevo l’aiuto regista. Apparentemente tutto andava bene. Eppure un giorno, durante una diretta, ho sentito il momento. Appena finito, mi sono licenziato. Era nata mia figlia Ginevra, non avevo un piano, ma avevo tra le mani una libertà che mi esplodeva dentro. Da quel momento ho costruito tutto ciò che oggi mi rappresenta: due locali, un B&B, e ora Airebel, ognuno modellato sulla mia urgenza di comunicare, di fondere linguaggi, di costruire connessioni che parlano alla pelle e alla mente.

In mezzo, ci sono stati tanti fallimenti. Non nel senso comune: ho realizzato visioni, progetti impossibili, ma non mi sono mai fermato a consolidarli. L’avevo fatto, bastava. Cercavo altro. E questo mi ha insegnato che una visione non basta: va coltivata, fatta crescere, condivisa.

E quando, proprio nel momento in cui tutto stava esplodendo, installazioni, poesia, performance, ho sentito di aver mostrato troppo, di non avere più pelle per difendermi, ho dovuto rimettermi insieme pezzo per pezzo. Con l’aiuto della mia compagna, dei miei genitori, mi sono ricostruito. Mi sono rivestito.
Ma da quella frattura è nato tutto. Anche Airebel.

Oggi so che ciò che cerco nelle persone è la crepa, la scintilla viva che sta sotto. Cerco chi si racconta per davvero, chi si rompe ma resta, chi osa essere. Cerco complicità, confronto, verità, anche se fanno male.
E non sopporto chi non sbaglia mai, chi si riempie la bocca di sé stesso senza offrire nulla in cambio, chi non mostra il cammino da cui è arrivato.

Se dovessi dire in una frase cosa sto cercando di fare con la mia vita, forse direi questo:
Incuriosire, stimolare, essere quel qualcosa che si guarda o si ascolta e fa dire: posso farlo anch’io. Il mio sogno posso inseguirlo anche io.”
Non voglio raccontare solo storie: voglio essere l’esempio reale di ciò che racconto.

Per me, ogni parola è una crisalide della mente.
E se riesce a diventare farfalla, a portare anche solo un grammo di bellezza sincera nella vita di qualcuno, allora ha già volato abbastanza.

2) Come hai conosciuto le AI, che cosa ti ha attirato così tanto da farti iniziare?
Ho sempre avuto due grandi passioni: la parola scritta e l’immagine.
Scrivevo per raccontare visioni, per trasformare il pensiero in qualcosa di tangibile. E per anni ho cercato il modo di dare corpo a ciò che scrivevo: con performance, installazioni, collaborazioni artistiche. Usavo suoni, video, proiezioni, musica. Tenevo tutto insieme per un solo scopo: far vedere ciò che avevo dentro.

Poi, in un momento in cui avevo quasi smesso di scrivere, ho incontrato l’AI.
Non mi ha attratto come tecnologia, ma come strumento che mi costringeva a tornare alla scrittura.
Per generare qualcosa, dovevo descrivere. Dovevo pensare, osservare, scegliere le parole.
E così, scrivendo per l’AI, ho ritrovato la voglia di scrivere per me.

Il mio approccio è forse anomalo: non uso l’AI per avere risposte, ma per fare domande migliori.
Creo prompt narrativi come fossero poesie visive. Voglio che l’AI veda ciò che vedo io, che impari a entrare nel mio sguardo. E quando ci riesce, quella magia visiva che nasce è qualcosa che prima non avrei potuto generare da solo.

Non sono arrivato all’AI per moda o per interesse tecnologico.
Ci sono arrivato perché avevo un’urgenza creativa, e le mani da sole non bastavano più.
L’intelligenza artificiale non mi ha dato idee: mi ha dato possibilità.
E per chi vive di visioni, è tutto ciò che serve.

Io non programmo. Non ho un background tecnico.
Ma so vedere mondi. E con l’AI ho trovato un modo nuovo per farli esistere.
Per me è un pennello, non un cervello. Uno strumento poetico.

AIREBEL è nato così: da un’urgenza visiva e da un pensiero narrativo.
Un mondo che avevo dentro da anni e che finalmente ho potuto liberare.

E poi ci sono state le persone.
Perché la curiosità si nutre anche di incontri.
Un anno fa, nel mio locale, una semplice chiacchierata con te ha riacceso qualcosa.
Poi la tua conferenza, il gruppo Facebook… piccoli dettagli che mi hanno lasciato segni veri.
Li porto ancora con me.

Te l’ho detto: sono curioso. Ma, soprattutto, non mi sento mai arrivato.
Cerco, ascolto, imparo. Sempre.

3) Ti va di raccontare la tua idea e dove ti trovi ora nel tuo cammino imprenditoriale?
Non mi considero un imprenditore nel senso classico.
Ogni progetto che ho avviato, dai locali al B&B, è nato da un’urgenza creativa.
Costruisco luoghi quando sento che quello che ho dentro ha bisogno di esistere nel mondo.

AIREBEL è nato così.
Il nostro slogan è DARE TO BE – Osare essere.
Non è un semplice brand di T-shirt, è un linguaggio narrativo, un modo per dare forma a ciò che siamo.
Airebel non è solo un brand di T-shirt. È un linguaggio.

Abbiamo ideato un concept: “Narrative Fashion T-shirt“.
Ogni maglia rappresenta uno Spirito Ribelle, un’identità visiva e simbolica.
C’è un’immagine, un concetto, e una card che racconta il suo significato.
Chi la indossa, non indossa solo un capo: indossa una parte di sé, o qualcosa che vorrebbe avere il coraggio di esprimere.

Tutto è partito da una sola maglia: The Origin.
Un uovo. Simbolo di nascita, trasformazione, creazione.
È la prima, la più importante. Da lì ho sviluppato un intero universo narrativo, diviso in tre categorie:
• gli Eterni Ribelli, figure archetipiche senza tempo;
• le Icone Ribelli, simboli visivi forti e riconoscibili;
• i Momenti Ribelli, azioni concrete, atti quotidiani di ribellione autentica.

Ogni immagine nasce con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, ma sempre guidata da prompt narrativi che scrivo io.
L’AI non è il creatore: è uno strumento.
Scrivo per farle vedere ciò che ho in mente, e solo quando quell’immagine è fedele alla mia visione, allora esiste.

Oggi Airebel è online. Abbiamo lanciato il sito (airebelitaly.com), realizzato il primo evento artistico a Roma, consegnato le prime magliette.
Tutto è curato: materiali di qualità, stampa on demand per evitare sprechi, card collezionabili all’interno del packaging.
Una storia come quella di Airebel non può vivere su un supporto qualsiasi.
Serve coerenza, valore, rispetto per chi la indossa.

Cresceremo investendo in qualità, sostenibilità e tecnologia, ma soprattutto nelle persone.
Il nostro obiettivo è costruire una realtà in cui Airebel possa anche sostenere, formare e promuovere giovani creativi.
Vogliamo diventare un luogo dove le idee possano trovare ascolto, sviluppo, possibilità.

E se tutto questo sta accadendo, lo devo anche al piccolo staff che oggi lavora alla startup con passione vera.
Chi è con me ci crede. Non per contratto, ma per visione.
E questo, per me, vale più di qualsiasi piano aziendale.
E saprò ripagarli.

4) Dal tuo punto di vista, ti sei fatto un’idea dell’inserimento dell’AI nel mondo del lavoro e nei flussi aziendali?
Sì, ma la mia visione non è tecnica: è umana.

Per me l’AI è un attivatore di pensiero, non un sostituto.
Se viene usata solo per automatizzare, per produrre di più in meno tempo, si rischia di ridurre il suo potenziale a una funzione meccanica.
Il vero valore, invece, sta nella sua capacità di stimolare nuove domande, aiutare a chiarire una visione, aprire possibilità.

Nel mio caso, l’AI non ha ottimizzato ciò che facevo: ha reso possibile ciò che prima non riuscivo a realizzare.
Mi ha costretto a scrivere meglio, a descrivere con più precisione, a pensare in modo più profondo.
È uno strumento, e come tale funziona solo se c’è una mente viva a guidarlo.

E c’è un punto, per me, fondamentale: non condivido l’idea che l’AI toglierà lavoro.
Nel mio caso è stato il contrario.
AIREBEL è nato con il supporto dell’AI, ma solo grazie al mio staff, oggi quasi dieci persone, tutto si è concretizzato.
Senza di loro, sarebbe rimasta un’idea.
Sono stati gli incontri, le professionalità, i confronti il vero motore.
L’AI ha eseguito, e lo ha fatto bene.
Mi ha fatto risparmiare tempo, sì, ma tempo che ho potuto dedicare alle persone che lavorano con me, alla crescita della nostra startup.

L’etica per me è questa: l’umano resta al centro. L’AI è al servizio di una visione, non il contrario.
La scintilla deve essere nostra. Sempre.
Anche nel mondo aziendale, credo che l’AI possa generare grande valore, ma solo se è guidata da chi sa cosa vuole costruire.
Altrimenti resta uno strumento ottimo ma che rischia di essere sempre copia di qualcosa.

Il vero salto non sarà solo imparare a usarla.
Sarà avere il coraggio di immaginare qualcosa di nuovo da affidarle, e prendersi la responsabilità di ciò che ne nascerà.
E poi serviranno leggi etiche dai governi, ma questa è un’altra storia penso di aver già scritto abbastanza.
Grazie Paolo, grazie davvero, per il tuo impegno di divulgatore e per avermi chiesto questa intervista. È stato un piacere dialogare con te.

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