Shape-request: la skill per costruire il contesto con te

Con shape-request Claude dichiara come ha capito la richiesta e chi scrive la verifica e la corregge, prima di partire il contesto si costruisce in due.

Configurare Claude di solito significa lavorare sulle parti che precedono la conversazione, le preferenze utente, le istruzioni di progetto, gli stili di scrittura, le memorie. Insieme formano il terreno su cui la chat parte, e nel manuale «Configurazione di Claude» ho messo in fila questi livelli con le altre fonti che concorrono al comportamento di Claude.

C’è però un altro strato, meno evidente, riguarda quello che succede quando una richiesta entra in chat, nel momento in cui si scrive cosa si vuole e Claude decide come interpretarlo. Da come si imposta quel passaggio dipende la qualità del lavoro che segue. Una richiesta formulata di fretta sembra far risparmiare tempo, mentre quasi sempre lo fa perdere più avanti, perché una richiesta capita male sporca il contesto della chat, e su un contesto sporco ogni passaggio successivo lavora peggio.

Questo articolo racconta una skill personale che ho costruito per lavorare meglio proprio in questa fase, l’ho chiamata shape-request. È una skill insolita perché non produce un risultato finito, non scrive testi né analizza dati. Quello che fa è lavorare sulla richiesta per costruire un contesto di qualità, rendendo esplicito come Claude l’ha capita e sottoponendola a chi l’ha scritta perché la confermi o la corregga. Agisce dentro la conversazione, non nella configurazione che la precede, ed è un esempio di quello che oggi si chiama context engineering applicato al singolo momento dell’interazione.

Il costo delle partenze veloci

Una chat di solito comincia così. Si entra con un’idea anche solo abbozzata, si scrive una prima richiesta in poche righe e la si manda. Claude la legge, la interpreta e parte, la prima risposta arriva quasi subito ed è già abbastanza per andare avanti. Sul momento sembra il modo più efficiente di lavorare.

Quando la partenza è veloce, però, capita spesso che la prima risposta manchi il bersaglio o lo colga solo in parte. Lascia fuori un aspetto, oppure coglie una versione della richiesta plausibile ma diversa da quella che si aveva in mente. Allora si interviene, si corregge, si chiarisce ciò che si era dato per scontato e si esplicita un vincolo rimasto implicito. La conversazione si aggiusta passo dopo passo e dopo un po’ arriva un risultato accettabile.

Il tempo risparmiato alla partenza si ritrova nelle correzioni. C’è poi un secondo costo, meno visibile e più serio. Il contesto della chat contiene tutto quello che è stato scritto, compresi gli errori, le correzioni e le precisazioni aggiunte dopo. Claude continua a lavorare su quella base fatta di richieste, riformulazioni e aggiustamenti, e interpreta ogni passaggio nuovo alla luce di quel materiale. Un contesto che parte confuso non torna pulito da solo, e si porta dietro quella confusione fino in fondo alla conversazione.

Il problema non riguarda solo chi scrive la richiesta. Claude è costruito per essere utile, e il suo comportamento di default punta a produrre più che a verificare. Davanti a una richiesta vaga tende a interpretarla e a partire, riempiendo i vuoti con assunzioni plausibili.

Shape-request, cosa fa

Shape-request interviene su ogni richiesta che chiede elaborazione e ferma il passaggio diretto dalla richiesta all’esecuzione. Quando arriva qualcosa che non è una domanda con risposta immediata, ad esempio un articolo da scrivere, una revisione, un’analisi, una nuova skill, Claude non comincia a produrre. Fa prima un altro lavoro, in quattro mosse.

  1. La diagnosi scritta. Prima ancora di chiedersi cosa manca, Claude mette nero su bianco come ha capito la richiesta, non la formulazione letterale ma il punto vero, lo scopo che cerca di raggiungere. Che questa comprensione venga scritta, e non solo pensata, è il cuore della skill, perché è quello che fa succedere davvero il controllo invece di limitarsi a esibirlo. Per questo precede le domande di chiarimento, dato che chiedere dettagli operativi su una richiesta interpretata male significa indagare con cura quella sbagliata.
  2. La sintesi da confermare. Subito dopo Claude propone una sintesi più compatta e la sottopone a conferma esplicita prima di procedere. La forma è asciutta, «ho capito che vuoi questo, trattato in questo modo, per questo pubblico, con questo output, confermi?», e la conferma serve anche quando sembra superflua, perché chiude il rischio di partire su un fraintendimento.
  3. Le domande, quando servono. Solo se restano ambiguità di fondo Claude fa domande, mai come un questionario. Possono spiegare perché un’informazione serve, oppure aiutare a guardare la richiesta da un altro angolo, fino a farla cambiare quando portano a galla un’intenzione rimasta implicita.
  4. La pianificazione operativa. A quel punto Claude decide quali skill di dominio caricare, quali fonti consultare e quale formato dare al risultato, e dichiara in una frase come si capirà che il lavoro è ben fatto.

Da lì comincia il lavoro vero. Shape-request, in tutto questo, non produce il risultato richiesto, prepara il terreno perché quel risultato venga bene.

Cosa cambia per Claude e per l’utente

Con shape-request attiva, le due parti dell’interazione cambiano comportamento, ognuna a modo suo.

Per Claude la differenza è la più visibile, anche se non sta dove sembra. Senza shape-request, Claude legge la richiesta e comincia a interpretarla con le proprie assunzioni, spinto da un default che premia il produrre più del controllare di aver capito. Quel controllo, di fatto, spesso non avviene, l’interpretazione resta sullo sfondo e si manifesta solo nel risultato. Con shape-request non si tratta soltanto di mostrare prima quelle assunzioni. Scriverle obbliga a fare la verifica che altrimenti salterebbe, e la sintesi che ne esce passa dalla conferma dell’utente prima di guidare qualunque output. Non cambia solo quello che Claude mostra, cambia quello che fa, una verifica che prima non avveniva e un punto di controllo che prima non c’era.

Per l’utente la differenza è meno appariscente ma forse più interessante. La richiesta che scrive spesso è una proiezione rapida di quello che ha in testa, e può anche capitare che quello che ha in testa non sempre sia più una bozza che un pensiero ben definito. La sintesi e le domande che Claude gli rimanda lo costringono a controllare la sua richiesta, serve a far emergere quello che era rimasto implicito o a evidenziare quello che non era definito.

C’è un parallelo utile con il prompt engineering, di cui si parla molto. Quella è una pratica di raffinamento della formulazione, scrivere il prompt nel modo migliore perché Claude restituisca un risultato migliore. Shape-request si occupa di un piano diverso, non di come è scritta la richiesta ma di cosa la richiesta vuole davvero ottenere. Si può scrivere benissimo un prompt che chiede la cosa sbagliata, e in quel caso la formulazione impeccabile porta comunque fuori strada.

Il punto di shape-request è l’intenzione della richiesta, più della sua formulazione.

Di solito si pensa alle skill come a strumenti per controllare Claude, per fargli fare quello che si vuole. Shape-request rovescia questa lettura, perché ferma Claude ma chiede anche a chi lo interroga di fermarsi. La sintesi a cui rispondere non è solo una richiesta di chiarimenti, è l’occasione per rileggere la propria richiesta e verificare se un pezzo di lavoro sia rimasto fuori dal radar.

Doppio adattamento Claude-utente

In un articolo precedente ho usato Claude for Legal come esempio per parlare di come si adatta un pacchetto specializzato al lavoro di un professionista o di uno studio. L’analogia centrale era quella del cuoco che porta gli strumenti nel suo locale e li organizza in base alla brigata, alla clientela, ai gesti che fa più spesso. Quell’organizzazione non la può fare nessuno al posto suo. Il set installato è un punto di partenza, mai un punto d’arrivo, e il lavoro che lo trasforma in strumento utile resta in capo al professionista, non al fornitore.

Quella riflessione si muoveva sull’asse fra pacchetto e sistema, il pacchetto va adattato al sistema che lo accoglie e il sistema va adattato al pacchetto che ospita. Lo stesso doppio adattamento si ripropone, in forma più sottile, sull’asse fra Claude e l’utente. Claude va calibrato sul modo di lavorare di chi lo usa, e chi lo usa impara con il tempo come Claude ragiona.

Gran parte di quell’adattamento avviene nella configurazione, il lavoro lento di cui parlo nel manuale. Si scrivono preferenze che dicono a Claude come si preferisce comunicare, si costruiscono progetti che fissano materiali, regole e convenzioni, si scelgono stili di scrittura, si registrano memorie. Tutto questo agisce prima della conversazione e si affina nel tempo.

Shape-request agisce su questo secondo asse, nel punto più fine. La configurazione adatta Claude all’utente una volta per tutte, prima della conversazione; shape-request fa l’aggiustamento granulare che resta da fare a ogni richiesta, perché ogni richiesta è diversa dalla precedente e nessuna impostazione decisa in anticipo può prevederla.

Tool del proprio ecosistema, costruiti su misura

La configurazione di Claude è uno spazio strutturato. Le preferenze utente vivono in un posto preciso, le istruzioni di progetto in un altro, gli stili di scrittura si selezionano da un menu, le memorie sono iniettate dal sistema. Ogni cosa ha il suo slot, e il lavoro consiste nello scrivere bene nei posti che il sistema mette a disposizione.

Le skill sono qualcosa di diverso. Non occupano uno slot prestabilito, sono uno spazio aperto più che un campo da compilare, e per questo permettono di estendere l’ambiente di lavoro oltre quello che il fornitore mette a disposizione, costruendo strumenti propri per esigenze proprie. È il punto in cui chi usa Claude smette di limitarsi a quello che il sistema offre e comincia a costruire un ecosistema personale.

Shape-request nasce in questo spazio. Risponde a un bisogno mio preciso, migliorare il modo in cui imposto le richieste a Claude, e per un bisogno così non c’è un’impostazione pronta da attivare. L’ho costruita come skill, che è il posto giusto per gli strumenti che il sistema non offre di serie.

Ho usato la tecnica del vibe coding, si parte da un’intuizione, si descrive a Claude cosa si vuole ottenere, si guarda quello che produce e si corregge, un’iterazione dopo l’altra. Il file della skill non lo si scrive da soli, lo si costruisce in conversazione, mostrando esempi, segnalando quello che manca e raffinando per piccole correzioni successive. Il risultato porta i segni della pratica di chi l’ha fatto, perché è quella pratica ad averlo modellato. Su questo modo di lavorare ho scritto un manuale per chi vuole costruire strumenti propri con Claude.

Per chiudere il cerchio sul lato tecnico, ho usato skill-creator di Anthropic, una skill fornita di serie pensata per costruirne altre, dalla struttura del file alle convenzioni del frontmatter, dalle regole sulla descrizione alle tecniche per scrivere buoni criteri di attivazione. Il vibe coder porta l’intuizione, skill-creator porta il pattern, e insieme producono una skill ben fatta in poco tempo.

Una skill come questa nasce usando Claude per insegnare a Claude a lavorare meglio con me, ma anche per aiutare me a lavorare meglio con Claude. Più che un paradosso curioso, è un tratto della pratica, l’ecosistema personale intorno a Claude si costruisce insieme a Claude, non contro di lui e non per conto proprio. È una co-progettazione fra utente e AI, in cui l’utente sa cosa vuole ottenere e l’intelligenza artificale mette la competenza tecnica al servizio di quell’obiettivo.

Context engineering personale

Negli ultimi mesi si è affermato nel discorso sull’AI generativa il termine context engineering. Nasce dal lavoro di chi costruisce agenti e applicazioni sopra i modelli, e indica la cura con cui si prepara tutto ciò che un modello ha intorno quando deve rispondere, le istruzioni, i dati, gli strumenti, la cronologia della conversazione. È il passo oltre il prompt engineering, che si ferma a come è scritta la singola domanda, mentre chi fa context engineering lavora sul contesto intero, perché è da lì, più che dalle parole del prompt finale, che dipende la qualità della risposta.

Il discorso vale anche al livello dell’interazione personale. Chi usa Claude per lavoro, conversazione dopo conversazione, costruisce di fatto un contesto, fatto della sua configurazione, dei suoi progetti, dei suoi materiali, delle sue convenzioni che partecipano tramite il meccanismo della memoria.

Shape-request applica questa pratica al livello personale. Mette nero su bianco quello che dovrebbe succedere ogni volta che parte una richiesta, ferma il passaggio diretto fra richiesta ed esecuzione e fa verificare a entrambe le parti se il contesto da cui partono è quello giusto. È una skill, ma il principio che la guida vive anche senza la skill. Lo si può applicare a mano, fermandosi un secondo prima di inviare il primo prompt e chiedendosi se cattura davvero quello che si ha in mente. L’atteggiamento mentale vale alla prima richiesta come alle successive, e vale anche a metà conversazione, quando ci si accorge di stare lavorando su un’interpretazione che si è allontanata dall’intenzione di partenza.

La forma può restare informale, una pausa di pochi secondi, una rilettura del prompt prima di inviarlo, un appunto mentale sulle cose che si stanno dando per scontate. A contare è l’abitudine più che lo strumento. La skill rende l’abitudine automatica, ma l’abitudine viene prima e può vivere benissimo anche senza.

Per chi non userà mai una skill su misura, il punto resta valido lo stesso. Lavorare con Claude, e in generale con un assistente AI, chiede tempo soprattutto all’avvio, e chiede tempo di pensiero più che di scrittura, il tempo per chiarirsi cosa si vuole davvero prima ancora di formulare il prompt. È tempo che ripaga, perché separa le chat che lavorano bene da quelle che, per fretta o per inerzia, partono storte e si trascinano dietro l’errore.

Investire sull’inizio

L’avvio del lavoro su una richiesta è il momento meno appariscente di tutta l’interazione, sembra preparatorio, di servizio, meno importante del lavoro vero che verrà dopo. In realtà è lì che si decide buona parte della qualità del resto, perché in quel momento si fissano il contesto su cui Claude lavorerà e la richiesta concreta che gli si sta facendo. Le scelte prese allora si riflettono su tutto quello che segue, errori compresi.

Shape-request interviene proprio lì. Ferma le partenze veloci, restituisce la richiesta nella forma in cui è stata capita e obbliga l’utente a controllare se è davvero quella che voleva. Non produce un risultato proprio, eppure il suo effetto si vede nei risultati di tutte le chat che partono da una richiesta ben definita.

La qualità del lavoro con Claude non sta tutta nelle competenze di chi lo usa né tutta in quelle del modello, sta soprattutto nel modo in cui le due parti entrano in contatto. È una pratica, e come ogni pratica la si può lasciare superficiale o coltivare. Coltivarla migliora tutto il lavoro che si fa con Claude.

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