AI a basso costo per i piccoli beni culturali italiani

L’Italia è all’avanguardia nell’AI per i beni culturali, ma i grandi progetti non arrivano ai borghi. Strumenti come ChatGPT e NotebookLM già sì?

Lunedì 20 aprile parteciperò al convegno di presentazione di un progetto che vede coinvolti gli Stati Generali del Patrimonio Italiano e Lions Italia, il progetto si chiama «Patrimonio culturale e storico italiano. L’azione dei Lions». L’evento sarà ospitato nella Biblioteca del Senato ed i lavori saranno trasmessi in diretta streaming su webtv.senato.it e sul canale YouTube del Senato. Ringrazio il Governatore Lorenzo Terlera, Governatore del Distretto 108 IB1, per l’invito.

L’argomento vasto, in situazioni così il rischio di rimbalzare tra generalità è alto, quindi provo qui ad anticipare la domanda che mi porto in sala.

Sull’AI e i beni culturali l’Italia sta messa benissimo

Parto da una cosa che merita di essere detta, l’Italia, sull’applicazione dell’intelligenza artificiale ai beni culturali, è tra i paesi più avanzati al mondo. Questo lo dicono i progetti, non le slide di presentazione.

A Pompei c’è un sistema robotico che, guidato da computer vision, sta ricomponendo fisicamente affreschi frammentati dall’eruzione del 79 d.C. Si chiama RePAIR, nasce da un consorzio europeo, e ha ricomposto fisicamente affreschi frammentati dalla Casa dei Pittori al Lavoro e dalla Schola Armaturarum. Nella Villa dei Papiri di Ercolano un papiro carbonizzato e mai aperto in duemila anni è stato decifrato grazie alla Vesuvius Challenge, con scansione TAC ad alta risoluzione, modelli di machine learning addestrati a leggere l’inchiostro invisibile, e oltre duemila caratteri greci letti per la prima volta da quando il Vesuvio ha fatto quello che ha fatto. Cat-IA, attivo dall’aprile 2025, permette di interrogare in linguaggio naturale tre milioni di schede del Catalogo Generale dei Beni Culturali. L’infrastruttura I.PaC, gestita da CINECA, offre servizi AI operativi per riconoscimento immagini, OCR e arricchimento semantico dei metadati.

Non sto citando progetti di fantascienza, sono cose che funzionano adesso. E dietro a ciascuno c’è esattamente quello che uno si aspetta, finanziamenti significativi, équipe di esperti, infrastrutture dedicate. Sono progetti eccellenti e sono progetti impegnativi, nel senso tecnico e nel senso delle risorse. Due cose che vanno insieme e che è giusto riconoscere.

Poi c’è l’altra Italia, quella delle piccole realtà

Il problema, che ovviamente non è un problema ma un riconoscimento dello stato di fatto, è che l’Italia dei beni culturali non è solo Pompei, Ercolano, CINECA e grandi cataloghi nazionali. È fatta anche di migliaia di piccole realtà, che poi è la struttura del paese in quasi tutto, economia, produzione, tessuto sociale. Quasi 1.800 musei si trovano nei comuni delle Aree Interne (dato ISTAT 2022), quasi tutti senza una vera presenza digitale. Ci sono case museo dove il sapere curatoriale vive nella testa di una o due persone, senza documentazione strutturata, e quando quelle persone non ci saranno più il sapere sarà perso. Ci sono archivi parrocchiali, raccolte fotografiche locali, saperi artigianali in larga parte nemmeno censiti a livello di sistema. Solo una frazione delle istituzioni culturali italiane ha avviato un progetto AI nel 2024.

Un progetto tipo RePAIR, per quanto meraviglioso, in un borgo di duemila abitanti non ci arriverà mai. Non perché la volontà manchi, ma perché servono risorse, partner tecnologici, continuità di finanziamento.

Il divario fra le due Italie non è una questione di cattiva volontà, è una questione di scala. E fino a pochi anni fa era anche una questione di tecnologia, nel senso che fare qualcosa con l’AI voleva dire avere i soldi, i partner e l’infrastruttura per farlo.

La domanda che porto al Senato

Negli ultimi due-tre anni è successo qualcosa che ha cambiato le carte in tavola. Strumenti come ChatGPT, Claude, Gemini, NotebookLM sono arrivati alla portata di chiunque. Sono gratuiti nelle versioni base o hanno comunque un basso costo di ingresso, per usarli non occorre essere specialisti software e non richiedono un progetto europeo.

Non servono a ricomporre affreschi, chiariamoci. Servono a fare cose che per un piccolo museo, una Pro Loco, un ecomuseo, un archivio parrocchiale sono state per anni fuori portata. Si tratta di scrivere schede descrittive in più lingue a partire da una descrizione orale o da appunti, di trascrivere le testimonianze degli anziani e trasformarle in testi leggibili, di costruire audioguide multilingua senza ingaggiare una casa di produzione, di produrre post social con continuità invece che una volta ogni tre mesi, di preparare comunicati stampa per eventi e aperture, di impostare una presenza web decente. Roba che si colloca a metà fra comunicazione culturale e valorizzazione, due attività che in una piccola realtà sono spesso fatte dalla stessa persona, spesso in modo volontaristico.

Quindi la domanda che porto in sala lunedì è semplice. Questi strumenti, oggi, nel 2026, sono già usabili per aiutare le migliaia di piccole realtà culturali italiane a comunicare e valorizzare il proprio patrimonio?

Sono dell’idea che oggi la barriera per l’adozione diffusa di questi strumenti non sia più tecnologica ma sia di competenze, di consapevolezza, di rete. Chi detiene il patrimonio spesso non sa che questi strumenti esistono, chi sa che esistono non sempre conosce il patrimonio. E i due troppo spesso non si parlano.

Perché la cosa riguarda i Lions

Una parola sul perché io sia lì ci sta. I Lions hanno una caratteristica che in Italia ha pochi pari, la capillarità. Ci sono club anche nei borghi e nei centri minori, i soci conoscono personalmente i sindaci, i custodi dei musei civici, i presidenti delle Pro Loco, gli anziani che sanno ancora fare i mestieri di una volta. Il service nazionale «Custodi del Tempo» mostra che il patrimonio culturale è già un terreno di impegno concreto per l’associazione.

Una rete così, se ci si porta dentro la consapevolezza degli strumenti AI accessibili oggi, diventa una cosa diversa. Non perché i Lions debbano trasformarsi in tecnologi, ma perché possono fare da connettori fra chi ha il patrimonio e chi conosce gli strumenti. È un ruolo che poche altre realtà associative possono giocare con la stessa capillarità.

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